Il mulino di Borgo Barzanai a Campone.

Nel piccolo Borgo di Barzanai a Campone (Tramonti di Sotto), luogo in cui domina principalmente la natura, un affascinante mulino testimonia la presenza dell’uomo; una struttura che nonostante la sua semplicità è in grado di suscitare emozioni.

mulino-5Per raggiungerlo, si percorre la strada che porta a Tramonti di Sopra e al passo Rest (SR552), superata Redona, si prende a destra in direzione Campone/Clauzetto; percorsa per circa sei chilometri la strada lungo la valle del Chiarzò, la si attraversa e si arriva infine a Campone. Si può parcheggiare l’auto giusto all’ingresso del paese e da lì si seguono le indicazioni per Barzanai e per il mulino stesso.

Il mulino risale al XVII secolo ed è alimentato dalle acque dell’adiacente torrente Chiarzò.

Costruito per soddisfare le esigenze cerealicole del piccolo paese, era gestito da un gruppo di persone organizzate in società; la macinazione del granoturco avveniva a turno, finché un grave incidente occorso ad una socia indusse la sospensione dell’attività. Da quel momento venne incaricato della cura del mulino il signor Angelo Rugo. L’edificio, rimasto per anni in stato di abbandono, nel 2010 è stato ristrutturato e reso di nuovo funzionante grazie alla passione e all’impegno del suo attuale proprietario, Fedele Rugo, nipote di Angelo.

In occasione della ristrutturazione del mulino è stato ripulito anche il piccolo canale di deviazione in grado di captare l’acqua sufficiente a mettere in funzione le due pale in legno e metallo.

il-canale-di-deviazione
Così oggi passando per Campone si può vedere la ruota del mulino girare azionata delle acque del Chiarzò e, con un po’ di fortuna, si può anche incontrare il proprietario al lavoro.
Qualche locale dei dintorni utilizza la farina macinata in questo mulino per preparare polenta e altre specialità tutte da gustare!

mulino-1
Questo posto è anche uno dei punti di partenza dei percorsi verso le borgate abbandonate di Palcoda (di cui vi abbiamo parlato poco tempo fa) e Tamar.

 

L’ecomuseo di Borgo Palcoda.

La regione Friuli Venezia Giulia custodisce numerosi borghi completamente abbandonati, ma che con i loro ruderi continuano a tramandare l’immagine di una vita passata, di una cultura e di una tradizione scomparse insieme alla gente che li abitava. La conservazione di queste realtà ha significato la creazione di “musei a cielo aperto”, visitabili percorrendo strade immerse nel verde della natura. Uno di questi borghi è quello di Palcoda, nel comune di Tramonti di Sotto.

14215332_1119783208108934_1616926962_o

Placoda era già conosciuta nel XV secolo come insediamento pastorale temporaneo legato alla transumanza delle greggi. Iniziò a diventare un centro abitato tra la metà del XVII e la prima metà del XVIII secolo, quando qui si stabilirono le famiglie Masutti e Moruzzi. Lo sviluppo economico fu possibile perchè alle tradizionali attività primarie (agricoltura e pastorizia) si aggiunsero la costruzione del mulino e delle fornaci, ma soprattuto il commercio all’estero dei cappelli di paglia, la presenza sui mercati fiorentini, veneti e triestini e l’affermasi della figura del notaio, dedito alle compravendite e ai prestiti.

14203699_1119785504775371_1180382191_o

Ad accogliere il visitatore è la chiesa del Borgo, dedicata a san Giacomo ed eretta nel 1780 da Giacomo Masutti.

Palcoda venne disabitata nel 1923, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale venne occupata dai partigiani per poi essere definitivamente abbandonata negli anni ’50.

14273287_1119787238108531_2051225023_o

Del paesino è stata recuperata solo la chiesetta. L’escursione è abbastanza facile e i sentieri ben tenuti; nel percorrerli si rimane affascinati dalle creazioni di madre natura, come la curiosa roccia dalle sembianze leonine, così scolpita dalla pioggia e dal vento che su di lei si sono abbattuti nel corso dei secoli.

Il luogo fa riflettere su quelle che un tempo erano le difficoltà  della gente che abitava sì in un posto meraviglioso, ma talmente fuori dal mondo!

 

 

 

Il “Cammino Celeste”: da Prato di Resia alla meta.

Continuano le tappe del “Cammino Celeste” di cui vi abbiamo parlato poco tempo fa: il “viaggio spirituale” che ha 3 punti di partenza (Aquileia, Brezje in Slovenia e Maria Saal in Austria) e un’unica meta, il Monte Lussari (simbolo di incontro e pace tra popolazioni diverse).

Oggi vi raccontiamo l’ultimo pezzo del percorso italiano, quello che parte da Prato di Resia, dove ad attirare l’attenzione sono delle piccole edicole disposte su una collina. Si tratta delle stationes dedicate alla Via Crucis, che commemorano il doloroso percorso che Cristo fece per raggiungere il Golgota ed essere crocifisso.

14060447_1102353439851911_1188766994_o

Particolare è anche la vicina località di Stolvizza (in comune di Resia), dove le case sono decorate da murales raffiguranti gli antichi mestieri.

Proseguendo da Chiusaforte a Dogna, si attraversa la vecchia ferrovia trasformata in pista ciclabile (l’Alpeadria che collega Salisburgo a Grado); uno spettacolo tra rocce, verde, saliscendi, ponti e gallerie.

Da Dogna ci si incammina, attraverso un’antica strada militare, verso il Rifugio F.lli Grego, da dove è possibile ammirare alcuni massicci delle Alpi Giulie, come lo Jof di Montasio (inseparabile “compagno di viaggio”), lo Jof Fuart e il Grande Nabois.

14060200_1102355719851683_618141332_o

Ed infine si raggiunge la meta, il Monte Lussari e il suo Santuario, che si dice sorto nel XIV secolo sul luogo in cui un pastore trovò per ben tre volte la statuetta di una Madonna con Bambino circondata dalle sue pecore, che sempre lì giungevano dopo essersi smarrite.

14012856_1102357246518197_1922604721_o

Ma le cose più belle che rimangono di questo viaggio sono quelle interiori: i silenzi, i suoni, le persone e i sapori del cibo.

Link utili:

Perdersi tra le Valli del Natisone

A volte basta davvero qualche ora a piedi per godere di bellissimi scorci naturali. E così abbiamo scelto di passare qualche ora tra le valli del Natisone, dove si trova un’ampia diversità paesaggistica e naturale, in un’area che è ancora poco frequentata anche dal turismo.

Cascatella del torrente Kot

Sono assolutamente meritevoli di una escursione le cascate del torrente Kot, soprattutto alimentate da una bella e scrosciante pioggia. Le cascate sono facilmente raggiungibili (anche a piedi) poco oltre l’abitato di San Leonardo, lungo la strada che conduce al Santuario di Castelmonte.

La nostra compagna di viaggio

Ed è questo torrente che ha scavato per centinaia d’anni una forra calcarea, modellandola e costruendosi il proprio percorso. Le acque sono abbondanti e chiare e scorrono in un verde scenario naturale, ricoperto da cuscini di muschio, felci, ciclamini e pungitopo maggiore (nella strana varietà del Ruscus hypoglossum).

Ruscus hypoglossum

Il mormorio delle acque, i tronchi caduti e trascinati dalla corrente, le cascatelle ci portano alla meraviglia di questa zona: la cascata maggiore, che cade da 12 metri di altezza in una pozza ai piedi una grande cavità illuminata dal sole. Il nome di questa grotta “Star Čedad” significa “Vecchia Cividale” perché una antica leggenda vuole questa come primitivo sito di Fondazione di Cividale, poi spinta verso la pianura dall’irruenza del corso d’acqua.

Cascata

Il luogo è anche sede di abituale riunione delle Krivapète, sorta di streghe che rifiutano la compagnia dell’uomo e che conoscono i segreti delle erbe e delle bacche (streghe che ci ricordano un po’ lis Aganis di altre zone del FVG).

Cascata principale nei pressi di Star Cedad

Abbandoniamo il percorso lungo il torrente e riprendiamo la strada principale che ci porta verso il Santuario di Castelmonte; noi ci fermiamo prima (zona Trivio), interessati dalla storia che si è svolta tra questi monti. Spesso infatti passeggiando tra le bellezze naturali della regione ci scordiamo di quanto crudele possa essere stato il passato di questi luoghi.

Vista sulle Valli del Natisone

È proprio il caso dei boschi del monte Spig, una bassa vetta (661 mslm) che si alza tra la valle del fiume Judrio (fino al 1918 confine tra il Regno d’Italia e il cacanico dominio austro-ungarico) e quella del fiume Natisone, collegandosi al Santuario di Castelmonte.

Castelmonte sulla destra visto dalle pareti scavate dai soldati del Monte Spia

Addentrandoci tra i boschi è possibile ancora osservare le trincee che corrono lungo la dorsale, costruite durante la prima guerra mondiale, ben conservate e rivolte verso il nemico austriaco. Sotto di noi la valle dello Judrio (oggi Slovenia), da cui all’epoca partivano i cannoneggiamenti nemici.

I resti delle trincee del Monte Spia

È proprio questo uno dei luoghi in cui si verificò la battaglia di Cividale: truppe di giovanissimi italiani il 27 ottobre 1917 (erano passati due giorni dalla sconfitta di Caporetto), rimasti privi di ordini dall’alto, pattugliarono e mantennero queste zone consentendo la ritirata delle truppe italiane.

Ingresso alle trincee

Gli italiani furono letteralmente presi alle spalle dai tedeschi che, discendendo lungo la valle del Natisone, avendo ormai rotto a monte, colsero di sorpresa e catturarono i battaglioni che presidiavano la zona e che prestavano attenzione più ai movimenti lungo lo Judrio sotto di loro ignorando invece che il nemico si muoveva ormai alle loro spalle.

Vista dalle posizioni

La disfatta fu totale e gravissima, tanto da portare oggi lo storico Paolo Gaspari a definire questa battaglia “Le Termopili d’Italia”, in tributo alla forza e al coraggio dimostrato dai giovanissimi soldati.

La strada per la pianura era ormai aperta: chi non consegnò le armi sul Monte Spig fu costretto a farlo poco dopo a Castelmonte.

Erik S.

La vetta del Monte Osternig: un percorso tra prati e animali

Poco tempo fa, ci avete seguiti nel raggiungimento del Passo Volaia, luogo “remoto” della Carnia al confine con l’Austria.

Questa volta vi porteremo nella remota zona del Tarvisiano, e più precisamente in cima al Monte Osternig (Oisternig) dalla quale, nell’ammirare il panorama mozzafiato, vi sentirete “padroni di cielo e terra”.

Partiamo allora!!!

Raggiunta la località di Ugovizza, in comune di Malborghetto-Valbruna, seguiamo in automobile le indicazioni per il Rifugio Nordio-Deffar fino a raggiungere una radura (altitudine 1210 m) dove si è obbligati a parcheggiare la macchina per iniziare il percorso a piedi verso la meta. Originariamente, il suddetto rifugio si trovava proprio in questo spiazzo ma, a causa dell’alluvione del 2003, venne smantellato nel 2008 e ricostruito più in alto, a quota 1410 m (0.45 ore).

FullSizeRender

Dunque, parcheggiamo l’auto, zaino in spalla, e ci incamminiamo verso il nuovo Rifugio Nordio-Deffar.

Il Rifugio è dedicato ai fratelli Aurelio e Fabio Nordio, due volontari triestini morti nella Grande Guerra, e a Riccardo Deffar, anche lui triestino e conosciuto alpinista. Lo intravediamo!!!. Non ci fermiamo a lungo perché la strada è ancora lunga. Costeggiamo dunque il rifugio sulla destra, per attraversare il ruscello e imboccare il sentiero n. 403-507.

Ma ecco che a salutarci c’è una bellissima mucca che si avvicina a noi, ben contenta delle lusinghe che le rivolgiamo!

IMG_4700

Il sentiero, comodamente percorribile, sale immerso nel bosco fino a quando non diventa un’ampia mulattiera che conduce a Sella Bistrizza, la verdeggiante vallata situata a sud del Monte Osternig, lungo il confine con l’Austria.

La vallata è caratterizzata dalla presenza di alcune casere e di un punto di ristoro austriaco, dove potrete gustare prosciutti, formaggi e un bel piatto di gulasch.

Altra caratteristica del posto è la presenza di numerosi animali: razze diverse di cavalli, bovini, e addirittura una coppia di pony, tutti intenti a brucare l’erba o distesi a rilassarsi per il caldo!

Proseguiamo lasciandoci alle spalle le casere e seguendo il sentiero n. 481 che taglia diagonalmente le pendici del Monte e conduce alla cima.

Dopo una serie di tornanti, a circa 2000 m, il sentiero si sdoppia. Noi proseguiamo verso la vetta orientale segnata dalla presenza di un’alta croce (a quota 2030 m).

Ed eccola lassù, manca poco!!!

IMG_4877

Conquistiamo la vetta (2050 m)! Affaticati, ma estasiati dal panorama che si apre davanti ai nostri occhi: le Alpi Carniche orientali, le Alpi Giulie e la valle del Gail.

La sensazione è quella di “dominare il mondo”!!!

IMG_4888

IMG_4896

Nel ridiscendere, c’è la possibilità di percorrere la strada dell’andata, oppure imboccare il sentiero più articolato del crinale austriaco (n. 481a). Entrambe le opzioni ci riportano alle casere, dove leggiamo l’indicazione per la cappella della Madonna della Neve (indicazione sentiero n. 507), la quale merita di essere vista prima di ritornare verso le auto.

Passo Volaia: camminata per i “sentieri della pace e della memoria”

«Echeggia malinconica una luce di stelle, alle remote meravigliate cime della Carnia» (Pier Paolo Pasolini)

E “remoto” è proprio il luogo di cui oggi vi voglio parlare: il Passo Volaia (Comune di Forni Avoltri). “Remoto” perché si trova proprio al confine tra Austria e Italia, a 1977 m. Si raggiunge seguendo il sentiero n. 144 che parte dal Rifugio Edoardo Tolazzi (1350 m).

Si tratta di un sentiero inizialmente immerso nel bosco, ma poi conduce verso il cielo aperto e la pura roccia, permettendo così di osservare il meraviglioso panorama della valle sottostante.

Il percorso è di media difficoltà e lo si termina in 1h e 40 circa (ovviamente i bravi “marciatori” riusciranno a portarlo a termine anche prima!!!). Capirete di essere quasi arrivati, non appena raggiungerete una postazione che vi consente di fermarvi un attimo e riempire la borraccia di freschissima acqua di montagna. IMG_3364Proseguendo lungo il sentiero raggiungerete il Rifugio Lambertenghi – Romanin, dedicato a due soldati che qui morirono durante la Prima Guerra Mondiale. Presso il Rifugio si può sostare per riprendere le energie, per mangiare, bere un caffè, e anche alloggiare per una o più notti. IMG_3470 Dietro il rifugio, tra i Monti Capolago (Seekopf) e Coglians, finalmente si apre il valico del Volaia, davanti al quale si rimane ad occhi spalancati: uno “spettacolo della natura”. IMG_3412 IMG_3356

Irradiato dal sole, si manifesta il lago Volaia (Wolayersee) di un meraviglioso colore blu, al di là del quale, dritti davanti a noi, si intravede il Rifugio austriaco. Sulla destra, invece, si rimane stupiti (e anche “intimoriti”) dalla possente cima rocciosa di Lastrons del Lago. Davanti a questa titanica massa rocciosa, il primo pensiero è rivolto alle meraviglie ed alla grandezza della Natura, che si manifesta in tutta la sua potenza rendendo l’uomo inerme. IMG_3438 Scendendo verso le sponde del lago, potrete trovare refrigerio entrando a piedi nudi nell’acqua. Ovviamente il più temerario riuscirà anche a farsi un tuffo!. IMG_3436

Il luogo non si limita a regalarci uno spettacolo naturalistico, ma ci offre anche tracce di storia risalenti al periodo della Grande Guerra. Infatti, il passo fu conteso tra l’esercito tedesco e quello italiano, i quali volevano stabilirvi la propria postazione di controllo e difesa da eventuali attacchi nemici. Come andò a finire? I tedeschi occuparono il posto il 23 maggio 1915 e, poche settimane dopo, nella notte tra il 10 e l’11 giugno il passo venne rivendicato dell’esercito italiano, il quale lo difese strenuamente fino alla disfatta di Caporetto (1917).

È difficile immaginare come poteva essere la vita dei soldati quassù: pensate durante l’inverno, nascosti nelle trincee a sparare colpi di mitragliatrice nel gelo, con le valanghe che contribuivano a peggiorare la situazione e a creare ancora più morti. Il passo merita di essere visitato, proprio per rivivere le fatiche di quei soldati morti per difendere la nostra terra!