I Napoleonidi e il Friuli: Villa Ciardi a Villa Vicentina

Diverse località del Friuli sono ricordate come teatro delle vicende politiche napoleoniche. Ma forse non tutti sanno che presso le campagne di Villa Vicentina visse la sorella di Napoleone Bonaparte: Maria Anna Elisa Bonaparte Baciocchi, principessa di Lucca e Piombino, duchessa di Massa, Principessa di Carrara e Granduchessa di Toscana.

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Maria Anna Elisa Bonaparte Baciocchi (foto da Wikipedia)

Dopo la caduta del fratello Napoleone, fu esiliata con il marito Felice Baciocchi (comandante in campo delle truppe francesi) e i figli Federico Napoleone e Napoleona Elisa a Bologna e poi a Trieste.

Innamoratasi della campagna friulana, decise di acquistare i possedimenti e la villa del conte Giovanni Gorgo, per farne la sua residenza estiva.

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Campagna friulana, zona di Villa Vicentina

La villa è a pianta rettangolare allungata e si inserisce in un complesso costituito da edifici rustici, dal cortile d’onore e, sul retro, da ciò che resta dell’originale parco progettato dall’ingegnere Charles Sambucy attorno al 1820.

In una delle stanze di questa villa, Maria Anna Elisa esalò l’ultimo respiro il 7 agosto del 1820, lasciando in eredità la villa e i terreni ai suoi due figli, i quali vendettero l’intera tenuta al cugino Napoleone III e sua moglie Eugenia de Montijo.

Tra il 1869 e il 1870, fu ospite della villa lo scienziato Luigi Pasteur, che in Friuli condusse degli studi per combattere il calcino che, uccidendo i bachi da seta, stava danneggiando sia l’economia friulana che quella europea.

Prima della Prima Guerra Mondiale, l’imperatrice Eugenia vendette a sua volta la villa al cav. Alessandro Ciardi, mentre una parte dei terreni e dei rustici fu comprata dai coloni; ecco perché la residenza è conosciuta ancora oggi come Villa Ciardi.

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Imperatrice Eugenia Montijo (foto da Wikipedia)

Interessante è anche la cappella Baciocchi, poco distante dalla villa, fatta costruire da Napoleona Elisa nel 1853, come monumento funebre per la tomba del figlio Benedetto Napoleone Camerata, morto suicida in giovane età a Parigi, durante un soggiorno alla corte di Napoleone III.

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Cappella Baciocchi

Esternamente la chiesa presenta uno stile neogotico, mentre all’interno, dominato da elementi neoclassici, un arco trionfale separa la zona absidale dalla navata unica rettangolare.

Oltre ad ospitare il sarcofago in marmo bianco del figlio di Napoleona, la cappella conserva dietro l’altare la grande pala dell’Assunta dipinta nel 1867 da Augusto Tominz, figlio del famoso pittore goriziano Giuseppe Tominz. La cappella, infatti, fu dedicata nel 1864 alla Beata Vergine Assunta e destinata alla celebrazione delle messe. 

 

“Col focho tutti ha morti e inabissati”

 

Un padre e una madre e dieci nati

Col fuocho tutti ha morti e inabissati”

Diplamatarium Portusnaonense, CXXV

La mattina del 12 aprile 1402 la vita di molte persone sarebbe cambiata. Era probabilmente iniziato come un giorno normale, un sonnacchioso mercoledì di metà aprile. Iniziano così tutte le giornate terribili, mascherandosi con l’abitudine, prima di esplodere.

Alcuni dei protagonisti di quella giornata non avrebbero visto sorgere il sole l’indomani, per tutti gli altri sarebbero comunque iniziati tempi difficili.

Una colonna di fumo e lingue di fuoco, grida di disperazione, rabbia, furore, irragionevolezza si alzava tetra e con essa la pesante consapevolezza che iniziava forse a serpeggiare che il dado era tratto, che l’eccidio cui era stato dato avvio non si sarebbe più potuto fermare fino a che il fuoco non avesse fatto crollare l’ultima pietra della torre e avesse portato la certezza di conseguenze terribili per tutti.

Quel giorno la famiglia del signore di Torre, Giovannino di Ragogna, venne sterminata in modo atroce: assaltato il castello da una folla inferocita, l’intera famiglia e alcuni servitori cercarono rifugio nella torre della dimora e da lì il capofamiglia iniziò una lunga quanto inutile trattativa con gli assedianti. Una volta compreso che la situazione sarebbe sfociata in tragedia, Giovannino benedisse tutti i suoi figli e la moglie, in avanzato stato di gravidanza, e si rassegnò al suo destino. La torre venne data alle fiamme, senza lasciare possibilità di fuga. In realtà non tutti perirono quel giorno: quattro figli di Giovannino riuscirono a gettarsi nel vuoto e a salvarsi. Vennero catturati ma liberati pochi giorni dopo.

Cosa aveva fatto Giovannino di Ragogna per meritare tanto odio e una fine così atroce?

Per comprendere le dinamiche che portarono a un simile fatto bisogna gettare uno sguardo alla situazione politica del Friuli in quel periodo storico, ovvero tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo.

Pordenone dipendeva politicamente dai Duchi Asburgo d’Austria fin dal XIII secolo e veniva governata da un capitano.

Il Venerdì Santo del 1402 in città si era consumato il tentativo – fallimentare – di assassinare il capitano della città, massima carica in rappresentanza dell’Impero dunque, Nicolò Mordax. Il sicario, tale Guglielmo Tessitore, venne arrestato e sottoposto a tortura prima di essere giustiziato. Durante gli interrogatori fece il nome del mandante, il conte di Ragogna appunto. La confessione non fu una novità: questo non era stato il primo tentativo di eliminare il rappresentante austriaco e tutti sapevano bene chi ci avrebbe guadagnato da un simile evento. Secondo le cronache infatti, Giovannino aveva più volte cercato, in vari modi, di minare il potere pordenonese con l’intento di mettere a ferro e fuoco la città per estendere la propria influenza. Fino a quel momento, tuttavia, era stato più accorto non lasciando prove dirette del suo coinvolgimento nei vari attentati.

Forte della pessima nomea che il signore di Torre si era guadagnato, Nicolò Mordax non dovette quindi fare troppa fatica nell’aizzare la folla pordenonese – cui si aggiunsero a dar manforte anche gli abitanti di Cordenons – contro il suo nemico. Una moltitudine è tuttavia difficile da gestire e non è dato sapere se l’epilogo tragico della vicenda fosse nelle intenzioni del capitano di Pordenone o se anche lui, ad un certo punto, debba essersi reso conto delle conseguenze che lo avrebbero investito.

Per quanto siamo abituati a considerare i secoli passati come epoche ricche di violenza – ed in effetti lo furono – un simile evento venne considerato estremamente grave anche dai contemporanei.

Il patriarca di Aquileia, Antonio Panciera,  radunò subito l’esercito e lo mise in marcia alla volta di Pordenone, salvo poi desistere dall’assediare la città in quanto questo avrebbe significato per certo l’intervento militare dei Duchi d’Austria. Pare che questi ultimi si fossero, fino a quel momento, semplicemente limitati a rimuovere il Moradx dal suo incarico.

Il fatto indignò anche il papa Innocenzo VII che scomunicò tutti i pordenonesi in qualche modo coinvolti nella vicenda. Tale scomunica – fatto molto grave all’epoca – venne ritirata solo quattro anni più tardi.

Pronunciarsi sulla figura di Giovannino Ragogna non è semplice: le cronache e i fatti storicamente accertati non lo descrivono in termini lusinghieri. Avido, rissoso, manipolatore e assetato di potere: questa è la figura che emerge. Ma le fonti non sono molte e sono praticamente tutte ascrivibili alla fazione a lui avversa. Che non fosse un uomo pacifico appare comunque abbastanza indubitabile.

Affascinante è poi la figura del figlio Federico, il primogenito e uno dei pochissimi scappati al massacro. Catturato non appena fuggito dalla torre in fiamme, venne presto liberato. Di lui sappiamo che ereditò il titolo e i domini paterni, portando avanti alleanze di convenienza nell’ottica di un politica di equilibrio. Non sappiamo molto altro e questo ci permette, in modo innocente e come puro passatempo intellettuale, di immaginare come deve esser stata condizionata la sua vita dagli eventi vissuti quel giorno.

Viviamo nell’epoca meno violenta della storia[1]. Sembra assurdo e d’istinto ci verrebbe da dire che non è assolutamente possibile ma se poi ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che, tutto sommato, potrebbe anche essere vero.

L’ulteriore domanda che sorge spontanea è: ci si abitua alla violenza? Crescere in un mondo in cui la sopraffazione e le aggressioni sono all’ordine del giorno o quasi, rende l’essere umano in qualche modo assuefatto? Nascere in un’epoca in cui la morte è perennemente in agguato, nelle sue forme più spietate ma naturali come in quelle più truci, può divenire un’abitudine? Probabilmente no e per quanto l’epoca in cui vissero i protagonisti di questa vicenda fosse molto più dura e crudele della nostra, i segni del trauma devono essere rimasti e ben visibili sui sopravvissuti.

Letture per approfondire:

Storia di Pordenone / Andrea Benedetti ; a cura di Daniele Antonini. – Pordenone : Edizioni de il Noncello, 1964 (Pordenone : Arti grafiche Fratelli Cosarini, 1967). – 675 p., [2] c. di tav. : ill. ; 25 cm.

Pordenone : Torre e il suo castello : storie e restauro / a cura di Francesco Amendolagine ; testi di Francesco Amendolagine… [et al.!. – Venezia : Marsilio, [2003!. – 173 p. : ill. ; 30 cm.

Diplomatarium Portusnaonense: liberamente consultabili all’indirizzo https://archive.org/details/diplomatariumpo00valegoog

Studi di letteratura storica / Adolfo Borgognoni. – Bologna : Zanichelli, 1891. – IV, 376 p. ; 19 cm

Saggio decisamente datato al cui interno è possibile tuttavia trovare il testo che Gentile da Ravenna scrisse nei giorni che seguirono la strage. Un’opera intensa, composta sull’onda del momento tragico e per questo molto interessante e significativa. Lo potete leggere gratuitamente al seguente URL: https://archive.org/details/studidiletterat00borggoog/page/n212

[Che gran cosa Internet Archive!]

Altro da sapere:

Il castello di Torre è oggi sede del Museo Archeologico del Friuli Occidentale ed ospita reperti che coprono un arco temporale che va dalla Preistoria (numerosi sono i rinvenimenti di materiali del sito del Palù di Livenza) fino al Rinascimento. Molto suggestivi sono gli spazi dedicati ai reperti della villa romana, scoperta negli anni Cinquanta dal Conte Giuseppe di Ragogna, discendente del “nostro” Giovannino nonché ultimo abitante della villa. A lui va il merito di averla lasciata alla città per esserne un bellissimo museo.

[1] Steven Pinker, Il declino della violenza: perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, Mondadori, 2013.

Le donne del Friuli Venezia Giulia tra storia e leggenda. #2 Giulia da Ponte: “La Bella” friulana

Se avete avuto occasione di visitare la Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, vi sarete sicuramente trovati davanti ad una giovane e bellissima fanciulla con indosso un signorile abito rinascimentale.

Lo sfoggia in posizione eretta e sguardo deciso, consapevole della propria nobiltà, messa in risalto dal pregiato velluto blu con decorazioni in oro. Le maniche sono a sbuffo sulle spalle, per poi restringersi sulle braccia dove il tessuto diventa di un color porpora e lascia intravedere, attraverso alcune fessure, la camicia bianca sottostante. La vita è cinta da un cordone dorato, le cui estremità sembrano rette dalla mano destra. E’ impreziosita da una lunga catena d’oro e dagli orecchini pendenti decorati con perla, mentre l’acconciatura elegante e sobria, con i capelli raccolti, incornicia il volto delicato, mettendo in risalto gli occhi scuri e intensi e il roseo delle guance.

Non stiamo parlando di una fanciulla in carne ed ossa, ma di un ritratto! E non di un ritratto qualsiasi, ma dell’olio su tela realizzato da Tiziano Vecellio nel 1536, conosciuto come “La Bella”. Ma ciò che più vi deve stupire ed emozionare è il fatto che stavate ammirando, a Firenze, una “parte di Friuli”.

Sembrerebbe infatti che la giovane donna ritratta da Tiziano sia la nobile Giulia da Ponte.

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“La Bella” di Tiziano, olio su tela (1536)

Giulia nacque intorno al secondo decennio del XVI secolo, da una famiglia di ricchi mercanti veneziani, i Cavazza Barbarigo. Apprese dal padre Giovanni Paolo l’amore per l’arte, la letteratura e la musica, acquisendo la fama di essere anche una buona suonatrice di liuto. Nel 1535, sposò a Venezia il nobile friulano Adriano di Spilimbergo e nel 1538 si trasferì con lui a Spilimbergo. Adriano era assai innamorato della sua sposa bambina, molto attratto dalla sua raffinatezza, dalla delicatezza di costumi e soprattutto dalla sua intelligenza, tanto da prendersi personalmente cura della sua formazione introducendola persino all’interno dell’Accademia fondata dall’umanista spilimberghese Bernardino Partenio. Diede alla luce tre figlie, tra cui la celebre pittrice e letterata del Rinascimento italiano, Irene di Spilimbergo.

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Irene di Spilimbergo

Nel 1541, rimase vedova del marito e, per tutelare se stessa e le figlie, sposò in seconde nozze il cugino del marito, Gian Francesco di Spilimbergo rimanendo molto legata alla casata, a Spilimbergo e al Friuli.

Non si conosce l’anno della sua morte, ma di lei ci rimane testimonianza del suo animo gentile e premuroso, e del suo ingegno, che traspaiono nel ritratto stesso e nelle parole lasciateci dalla figlia Irene: «[…] essendo giovinetta d’elevato spirito et havendo atteso, oltre alla musica, alla lettura di molti libri et mostrando nella intelligenza delle cose lette forza et attitudine d’ingegno […] fu posta dal signor suo consorte ad altri diversi studi appartenenti a gentildonna sua pari; in modo che ha dato sempre conto di raro valore e d’intelligenza di molte cose così ne’ suoi scritti, come ne’ ragionamenti famigliari».

Grazie al suo acume, si dimostrò una donna molto forte, capace di emergere in una società misogina e dominata dall’uomo, come documentato in alcune sue lettere nelle quali viene definita «cavaliera», onorificenza che un tempo era riservata esclusivamente agli uomini e che però le sarebbe stata conferita dalla regina di Polonia, Bona Sforza,  quando nel 1556 si fermò per un breve periodo in Friuli ospite nel castello di Spilimbergo.

FONTI:

http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it (versione digitale dell’edizione a stampa del Nuovo Liruti).

 

“Sembra un quadro. Sembra una foto.” Contaminazioni e influenze tra arte pittorica e fotografica

 

La nascita ufficiale della fotografia viene fissata, convenzionalmente, nel 1839 quando la tecnica nota come dagherrotipia (dal nome del suo “inventore”, Louis-Jacques-Mandé Daguerre) fu ufficialmente presentata al mondo. Inutile sottolineare come la ricerca di fissare immagini su un supporto attraverso l’uso della luce fosse in realtà ben avviata da anni, se non secoli (se ne era già occupato, neanche a dirlo, Leonardo Da Vinci e pure Aristotele descriveva quello che è il principio che regola la camera oscura: era il IV secolo a.C.!). Le molteplici possibilità che questa tecnica portava con sé furono tuttavia rivoluzionarie nel mondo delle arti. Inizialmente le fotografie – termine in effetti un po’ generico, specie in questa fase dello sviluppo di tale arte – riguardavano nature morte ma presto il campo di interesse si rivolse al ritratto. Le norme che però ne regolavano la composizione erano ancora quelle pittoriche, con i soggetti in pose convenzionali dovute anche alla necessita tecnica di cogliere un’immagine che doveva essere il più immobile possibile.

Ed è in questo clima di amore-odio che nasce  il rapporto tra arte pittorica e arte fotografica. Paul Delaroche, pittore, in una conferenza presso l’Accademia delle Scienze a Parigi (1839) sostenne che “la natura è riprodotta non solo con verità, ma con arte”, considerazione che faceva da preludio a una rassegnata e ineluttabile morte della tecnica pittorica, a suo avviso. Tale reazione, che oggi ci pare esagerata, è tuttavia emblematica dell’impatto rivoluzionario che la fotografia ebbe. Ma se il rapporto fu sempre ambiguo, non possiamo non notare che la maggior parte dei fotografi era stato – e spesso continuò ancora ad essere – pittore. Nel 1860, con lo sviluppo della fotografia istantanea, il dialogo tra pittura e fotografia divenne ancora più serrato, grazie alla possibilità di studiare il movimento (famoso lo studio sul cavallo in movimento di Muybridge, 1878).

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La storia di questo splendido rapporto di scambio e l’evoluzione/influenza reciproca delle tecniche è estremamente complessa e sarebbe davvero lunga da descrivere. Ci prova, riuscendoci, un’interessante esposizione inaugurata il 9 giugno scorso presso la Galleria Sagittaria di Pordenone. Il titolo della mostra riassume perfettamente gli intenti che i due curatori, Guido Cecere e Angelo Bertani, hanno perseguito nell’allestimento: “Sembra un quadro. Sembra una foto. Rispecchiamenti e ibridazioni fra fotografia e pittura.”

Ci troviamo così ad ammirare opere in cui i due linguaggi visivi si sono felicemente contaminati in questi quasi due secoli. Per quanto riguarda gli artisti presenti, si tratta di autori italiani e internazionali, protagonisti del mondo pittorico e/o fotografico.

Vi sono opere che lasciano spiazzato il visitatore, come ad esempio “A fior d’acqua” di Serse, in cui viene realisticamente ricreata, con grafite su carta applicata su alluminio, l’increspatura dell’acqua. Altre sottolineano lo stretto legame presente non solo tra arte, intesa in senso classico, e fotografia ma tra cultura umanistica e attualità: è il caso, ad esempio, dell’opera di Gianluigi Colin, in cui la foto del corpo morto di Che Guevara viene abilmente sovrapposta e “mescolata” alla riproduzione del Cristo morto di Mantegna, in un mix di tecniche e rimandi carichi di significato. Attira poi immediatamente l’attenzione – un po’ per i colori, un po’ per la fama – l’immagine di Marilyn di Andy Warhol, serigrafia a 5 colori ottenuta da una foto provino che Frank Powolny fece all’attrice per il film “Niagara” e diventata ormai iconica.

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Andy Warhol, Marilyn, 1967, Serigrafia a 5 colori [Fonte immagine: Galleria Sagittaria]

Anche la sezione più “storica”, ovvero la rassegna di immagini del XIX e parte del XX secolo, fornisce moltissimi spunti di approfondimento sulle innumerevoli tecniche fotografiche elaborate in quel periodo: stampa ai sali d’argento, alla gomma bicromata, resinotipia e cianotipia per citarne solo alcune.

Come sottolinea uno dei due curatori (Guido Cecere) “non si tratta di una mostra sulla Fotografia pittorialista, storica o contemporanea che sia, ma di un’occasione di confronto tra i due mezzi, Pittura e Fotografia, che da sempre si sono fatti dapprima concorrenza e guardati in cagnesco e poi, più avanti nel tempo, dopo una certa riappacificazione, sono andati avanti su strade parallele sì, seppure con continue deviazioni e intersecazioni.”

La mostra è visitabile fino al 9 settembre 2018 presso la Galleria Sagittaria, in via Concordia 7 a Pordenone.

Martedì > Domenica 16:00-19:00

Chiuso le domeniche di luglio e agosto

Tutti i sabati di luglio e agosto chiusura ore 18:00

Chiuso dall’1 al 15 agosto e sabato 8 settembre

L’oratorio di San Carlo a Pordenone

Costruito all’inizio del Seicento (per la precisione nel 1614), il piccolo edificio sacro intitolato a San Carlo è ancora oggi visibile lungo la strada che dal centro storico di Pordenone porta verso il quartiere di Torre. A volerne l’edificazione fu un pordenonese, tale Ottavio Fenicio, decano del capitolo di Aquileia. Si trattava probabilmente di un ex voto. La dedicazione a San Carlo è dovuta all’originaria presenza di un altare dedicato, appunto, a San Carlo Borromeo. Carlo Borromeo, vescovo italiano, morì nel 1584 e venne canonizzato da papa Paolo V già nel 1610, solo 26 anni dopo la sua morte: un lasso di tempo davvero ristretto, così come la costruzione di questa chiesetta, di soli quattro anni posteriore alla canonizzazione.

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L’ubicazione dell’edificio, così come il vicino oratorio di San Valentino, è molto interessante: lungo quella traiettoria si snodava infatti l’antica strada per le Germanie.

Nel XIX secolo la chiesetta di San Carlo divenne proprietà di Marco Belli di Portogruaro, sacerdote, teologo, docente e scrittore nato nel 1857.

Successivamente, a partire dal 1910, la proprietà passo alla famiglia Galvani. L’adiacente parco, che porta anch’esso la denominazione di San Carlo, è un’area di circa un paio di ettari che, un tempo, veniva impiegata per le attività dell’illustre famiglia pordenonese. Vi è infatti ancora presente un lago artificiale con il salto d’acqua, necessario per alcune lavorazioni.

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Acquistato nel 1935 dal Comune di Pordenone, il piccolo edificio sacro sembrava destinato ad essere demolito per consentire l’allargamento della strada. Il vescovo Luigi Paulini era d’accordo ma non altrettanto – e fortunatamente – la Sovrintendenza di Trieste che concesse solo un ridimensionamento dello stesso con l’eliminazione di un campaniletto al posto dei due presenti.

Una curiosità: nell’oratorio è presente una reliquia di San Carlo che venne donata dal cardinale Carlo Maria Martini nel 1991.

Il protettore degli innamorati riposa a Udine

San Valentino visse nel IV secolo, fu vescovo di Terni, conosciuto dalla gente per le sue doti di guaritore. Un giorno fu chiamato a Roma per guarire il figlio di Cratone, un oratore greco e latino. In cambio Valentino non chiese denaro, ma la sola conversione di Cratone al cristianesimo. Oltre a lui però si convertirono anche alcuni suoi allievi, tra i quali il figlio del Prefetto di Roma Furioso Placido.
Il Prefetto, sostenitore dei culti tradizionali, non tollerò la conversione del figlio e ordinò la decapitazione di Valentino. Il suo martirio avvenne la notte del 14 febbraio presso il Ponte Milvio. Da lì il suo corpo fu portato dai suoi discepoli a Terni. Col tempo divenne il santo invocato contro la cecità, la peste e l’epilessia e il suo culto si diffuse in varie parti d’Europa, tanto che le sue reliquie giunsero fino a Dublino.
La sua devozione si diffuse anche in tutto l’arco alpino giungendo sino a Udine, dove i conti Valentinis fecero costruire nel 1355 una chiesetta in suo onore, come ex voto dopo la strage di peste nera che colpì la città tra il 1347 e il 1352. Oggi questa chiesetta è intitolata a Sant’Antonio da Padova e si trova, provenendo da Piazza Primo Maggio, in fondo a Via Pracchiuso, vicino al Parco della Rimembranza.
Perché la chiesetta cambiò intitolazione?
Perché la Confraternita di San Valentino, nata il 14 febbraio del 1513, non ritenendo più l’edificio consono alle nuove esigenze liturgiche del Borgo, fece erigere una nuova chiesa, quella che ancora oggi si innalza al centro di Via Pracchiuso.

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La sua costruzione avvenne in seguito alla donazione di un fondo da parte della famiglia Manin e terminò nel 1574; nel 1581 fu elevata a parrocchia.
La chiesa oggi ci mostra esternamente le tipiche caratteristiche architettoniche del Rinascimento veneto, mentre internamente riecheggia il barocco veneziano nei marmi degli altari e negli elementi decorativi. Numerosi sono anche i dipinti, dalle tele agli affreschi, risalenti al XVII e XVIII secolo.

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Dal 1666, le spoglie del Santo riposano in questa chiesa, davanti alla quale si snoda per tutta Via Pracchiuso la fiera o sagra di San Valentino, anch’essa voluta nel XVII secolo dall’antica Confraternita.

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Ancora oggi, durante questa festa vengono distribuite in chiesa le chiavette, simbolo del potere taumaturgico del santo, poiché un tempo si riteneva che, per calmare le convulsioni o far rinvenire da svenimenti, giovasse porre una chiave (all’epoca di grandi dimensioni) sul petto del malato. Inoltre vengono anche distribuiti i “Colaz” benedetti, ossia i pani di San Valentino, che un tempo erano a forma di “S” (iniziale di “santo”), oggi invece, per motivi di praticità nella produzione, assumo una forma a “8”.

Ma allora vi chiederete, cos’ha a che fare San Valentino con la festa degli innamorati, visto che è un santo protettore dall’epilessia, dalla cecità e dalla peste? Probabilmente si tratta della rilettura, in chiave cristiana, di antiche usanze pagane, i Lupercalia, cioè di quei festeggiamenti che in epoca romana si svolgevano il 15 febbraio in onore di Luperco, protettore della fertilità. Col tempo poi il Cristianesimo cercò la sua figura esemplare alla quale associare questa festa: nel 496 Papa Gelasio I decise di porre il 14 febbraio come festa dell’amore e nel Medioevo il martire divenne patrono degli innamorati dando origine al detto “a San Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina”.

 

 

Gli ambienti e i ritratti femminili di Palazzo Coronini Cronberg

Chi pensa che un antico palazzo-museo tenga aperte le sue porte solamente mattino e pomeriggio, si sbaglia: quest’estate a Gorizia, la Fondazione Palazzo Coronini Cronberg onlus ha organizzato l’evento “Coronini by Night”, ossia visite guidate all’omonimo Palazzo, che hanno dato la possibilità ai visitatori di godere delle tranquille e suggestive atmosfere assunte dal luogo nelle ore serali della giornata.

L’evento è stato anche l’occasione per visitare la mostra “Donne allo specchio. Personaggi femminili nei ritratti della famiglia Coronini (8 aprile – 29 ottobre 2017)”, dedicata ai ritratti delle donne appartenenti alla famiglia Coronini, o ad essa legate da vincoli di parentela, che decorano le sale del Palazzo; donne che con i loro volti e i loro abiti raccontano di se’ e delle epoche che caratterizzarono la storia del Palazzo e dei suoi proprietari.

Varcato il cancello d’ingresso, un ampio viale attraversa il giardino conducendo il visitatore alla piazzola centrale attorno alla quale, a sinistra, si accede alle antiche scuderie (oggi adibite a biglietteria), mentre davanti, all’antico fabbricato della cancelleria (gli odierni uffici della Fondazione) e alla cappella gentilizia, collegata attraverso una loggia alla facciata del Palazzo che, con il suo ingresso porticato, si erge sulla destra.

Le origini del Palazzo risalgono alla fine del XVI secolo, quando Carl Zengraf, Segretario degli Stati Provinciali di Gorizia per conto della casa d’Austria, ne commissionò la costruzione tra il 1593 e il 1598, probabilmente all’architetto militare Giulio Cesare Baldigara. Dopo la morte di Zengraf, tutti i possedimenti, compresa la residenza, furono acquistati nel 1614 dalla nobile famiglia Strassoldo, la quale apportò all’edificio modifiche strutturali che ancora oggi ne definiscono per la maggior parte l’aspetto. Agli Strassoldo appartiene anche la realizzazione della cappella, delle scuderie e della cancelleria. Tuttavia, le ristrettezze economiche e i danni derivati dalle campagne napoleoniche, costrinsero i Strassoldo a privarsi del Palazzo e delle terre che dunque divennero di proprietà nel 1820 del conte Michele Coronini Cronberg (1793-1876), diplomatico presso l’ambasciata austriaca di Parigi.

Nel 1833 il conte Michele Coronini sottopose il palazzo a lavori di ristrutturazione che terminarono tre anni dopo, giusto in tempo per ospitare l’ultimo re di Francia Carlo X di Borbone che, trovandosi in esilio a Praga con la sua corte, decise di trasferirsi a Gorizia e affittare per sé il palazzo, lasciato libero dal conte Michele, mentre il suo seguito soggiornò in quello che oggi è il Grand Hotel Entourage. E proprio in una stanza del Palazzo Coronini, il re di Francia morì di colera lo stesso anno in cui arrivò (6 novembre 1836).

Sul finire del XIX secolo, la direzione della casa e delle proprietà passarono dal conte Alfredo (1846-1920), nipote di Michele Coronini, al figlio Carlo (1870-1944) che dovette farsi carico della ricostruzione del Palazzo dopo i danni subiti durante la Prima Guerra Mondiale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la residenza fu affittata alle truppe tedesche che qui insediarono un proprio comando. Dopo i tedeschi, verso la fine del conflitto, l’edificio fu sede di un comando partigiano jugoslavo e poi di quello delle truppe alleate, che vi rimasero fino al 1947. La famiglia Coronini potè ritornare a vivere nella propria dimora solo a partire dal 1951.

Il terzogenito del conte Carlo, l’eclettico ed erudito Guglielmo Coronini, fu l’ultimo discendente della famiglia; alla sua morte (13 settembre 1990) fece istituire una fondazione alla quale lasciò tutto il patrimonio della sua famiglia, affinché diventasse il patrimonio di tutti.

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Guglielmo Coronini Cronberg (anni Venti del XX secolo).

I visitatori vengono accolti all’interno del palazzo dai ritratti, appesi ai lati del portale d’ingresso, di due illustri antenati della famiglia Coronini Cronberg: Giovanni Pompeo Coronini (1629-1692), che fu diplomatico al servizio di Leopoldo I, e Rodolfo Coronini (1731-1771), raffigurato con l’ornato dell’ordine di Santo Stefano che gli fu conferito da Maria Teresa nel 1769.

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Ritratto di Rodolfo Coronini Cronberg (1775 ca.).

Al centro dell’atrio si trova un tavolo ottocentesco circondato da pregevoli poltrone seicentesche in legno intagliato e rivestite di velluto broccato color ocra. A sinistra dell’arco, antistante le scale che portano al piano di sopra, c’è un caminetto di marmo in stile neogotico sopra il quale è posto un dipinto del 1771 raffigurante lo stemma della famiglia Coronini Cronberg al centro della croce verde dell’ordine di Santo Stefano e, tutto intorno, altri 45 simboli araldici appartenenti alle famiglie che si unirono ai Coronini tramite matrimonio. A sinistra della porta che conduce alla biblioteca, sopra un cassettone settecentesco, trova posto il busto del diciassettenne imperatore Francesco Giuseppe, che nel 1899 tenne a battesimo il fratello maggiore di Guglielmo.

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Atrio d’ingresso.

Ma entriamo nella biblioteca, luogo preferito del conte Guglielmo: lo sguardo viene immediatamente catturato dalla pregevole boiserie di noce massiccio che decora le pareti e accoglie l’antica collezione letteraria della famiglia. Caratteristica interessante di questo arredo è l’avere dei vani segreti e due portelle girevoli, realizzate reimpiegando due tavole cinquecentesche dipinte ad olio su entrambi i lati, raffiguranti scene bibliche sul verso (Re David e i portatori d’acqua e Salomone e la regina di Saba) e la figura di un santo sul recto (Sant’Eligio di Noyon e Santa Gertrude di Nivelles), fissate poi con un perno. Le tavole in origine costituivano le ante laterali di un trittico con al centro un’Adorazione dei magi.

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La biblioteca (https://divisare.com).

Dalla biblioteca si giunge alla sala da pranzo, dove al centro c’è un grande tavolo apparecchiato secondo i canoni sette/ottocenteschi: sulla tavola è disposto il servizio di famiglia prodotto e decorato a Gien con lo stemma Coronini, mentre le posate della seconda metà del XIX secolo fanno parte di un servizio realizzato a San Pietroburgo. Ad accoglierci sono i ritratti ufficiali di Anna di Cosimo II de’ Medici (XVII sec.), che fu moglie del conte del Tirolo Ferdinando Carlo, e il ritratto di Maria Anna di Baviera (XVII sec.), moglie di Ferdinando d’Asburgo re di Boemia e d’Ungheria e, nel 1619, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Ritornando all’ingresso del palazzo, a sinistra si accede alla Sala dei condottieri, che in origine era usata dalla famiglia come deposito, ma oggi è arredata, per volere della Fondazione, con un’esposizione di armi bianche e da fuoco e con pregevoli mobili in legno massiccio. L’attenzione ricade però su di un curioso oggetto posto sopra il tavolo al centro della sala: una splendida testa di cane in argento realizzata nella seconda metà dell’Ottocento dal prestigioso atelier di Pavel F. Sazikov a Mosca. Si tratta del famoso bicchiere della staffa offerto ai cavalieri in procinto di partire per la caccia; infatti, se si capovolge, si osserva che l’oggetto è cavo internamente così da poterci bere.

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Si prosegue poi verso la Sala Mathilde, dedicata alla figlia del conte Michele Coronini (prozia paterna del conte Guglielmo) che in vita fu tanto amata a Gorizia per il suo animo generoso e caritatevole. La sala presenta il pavimento originario a riquadri intarsiati di marmo rosso e bianco, rinvenuto sotto i palchetti di legno rimossi durante i restauri, e arredi di fine XIX secolo. Alle pareti numerosi ritratti femminili ci osservano: il ritratto di Ada Smart (1837-1912), figlia del commerciante inglese Thomas Smart e della triestina Louise Loy, nel 1869 fece parte del seguito di Francesco Giuseppe nel viaggio imperiale in Oriente per l’inaugurazione del Canale di Suez e alla sua morte lasciò i suoi beni a Nicoletta Coronini; la sorella di Ada, Guglielmina Smart (1827-1906); il ritratto di Luisa Loy (1810-1888), madre di Ada e Guglielmina Smart; il volto di Angiolina Sartorio (1825-1910), bisnonna paterna del conte Guglielmo.

La madre di Mathilde fu Sophie de Fagan (1792-1857) e a lei è dedicata la sala successiva: il salottino arredato in stile Impero. Alle pareti una serie di dipinti del XVIII e XIX secolo, tra cui il ritratto proveniente da Mosca di Ekaterina Petrovna Kushnikova con la figlia.

Dall’atrio del palazzo, si sale la prima rampa di scale che viene interrotta dal mezzanino che ospita delle urne cinerarie in pietra, probabilmente provenienti dagli scavi archeologici di Aquileia. La seconda rampa di scale porta al piano nobile, ma prima di accedervi, l’attenzione si rivolge verso un grande dipinto raffigurante la sorella maggiore di Guglielmo, Nicoletta Coronini (1896-1984) all’età di due anni, con un cane nero.

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Nicoletta Coronini Cronberg (1898).

La visita al piano nobile inizia con la Camera da letto del Settecento, dominata dall’elegante letto a baldacchino di XVIII secolo, affiancato dai due comodini rococò e dal scenografico tavolo da toilette, vicino al quale è posto un parasole in seta che fu montato da Guglielmo Coronini su una lunga asta per eguagliare quello raffigurato nel ritratto di Maria Carolina Cobenzl, appeso accanto.

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Alle pareti vi sono appesi diversi ritratti: La contessa Luisa Lantieri nata Wagensperg con le figlie Amalia (madre di Michele Coronini Cronberg) e Aloisa. Luisa era la figlia maggiore del capitano di Gorizia e poi di Trieste, Adolfo Wagensperg. Sposò nel 1765, a soli 15 anni, il conte Federico Lantieri. Fu una donna colta, intelligente e molto bella, come ricorda Giacomo Casanova che la conobbe a Trieste nel 1773.

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Contessa Maria Luisa Wagensperg con le figlie (1783 ca.)

Altro ritratto è quello dei figli di Maria Antonietta, Maria Teresa Carlotta e Luigi. Sopravvissuta alla morte dei genitori e del fratellino, Maria Teresa Carlotta venne liberata dalla prigionia e condotta in Austria e nel 1799 sposò Luigi Antonio di Borbone duca di Angouleme (un suo cugino, figlio del conte d’Artois, divenuto nel 1824 re Carlo X). Nel 1830 seguì il suocero in esilio stabilendosi a Gorizia presso il Palazzo;

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Maria Teresa Carlotta e Luigi (1788).

il ritratto di Maria Teresa Pàlffy (1719-1771), sposa del conte Carlo Cobenzl, ministro plenipotenziario per i Paesi Bassi; e il ritratto della regina di Francia Maria Antonietta (1755-1793) con la lira in mano.

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Contessa Maria Teresa Pàllfy (1768).

La visita prosegue nella stanza dove l’ultimo re di Francia, Carlo X, morì. Lo stile della stanza si colloca tra Impero e Restaurazione; i mobili che arredano l’ambiente sono un salotto in mogano comprendente un divano, sei sedie e due poltrone rivestite di raso rosa a righe, la scrivania, il tavolo da toilette e lo scrittoio, sopra il quale è appeso il ritratto di Olga Westphalen Fürstenberg (1869-1958), madre del conte Guglielmo Coronini Cronberg. Su questa stanza si affacciano due ambienti stretti ma profondi: la Camera da letto di Guglielmo e l’adiacente bagno. Si tratta di due ambienti che lo stesso Guglielmo fece ricavare nel vano in origine occupato dalle rampe di scale che attraversavano la torre nord-est del palazzo.

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Olga Westphalen Fürstenberg (1900).

Affascinante è la stanza successiva: il Salotto veneziano. L’intera stanza ha le pareti decorate con tappezzerie di soggetto orientale che fanno da sfondo al salotto in stile rococò costituito da divano e poltrone distribuite attorno a un tavolo, e due console con pianale di marmo che arricchiscono rispettivamente una pregevole specchiera e il ritratto della contessa Maria Josefa von Fuchs, moglie del feldmaresciallo palatino dell’imperatrice Maria Teresa, Leopoldo Daun. Altri due sontuosi mobili sono disposti ai lati della porta che da accesso al salone centrale: un cassettone con scene di caccia ottenute con la tecnica a lacca e una vetrina di gusto tardo barocco.

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Contessa maria Josefa von Fuchs (1750 ca.)

Il Salone Centrale  si affaccia sul terrazzo che sovrasta il portico d’ingresso del palazzo. Un tempo veniva riscaldato dall’imponente stufa bianca e blu di stile rococò austriaco, ancora oggi conservata. Oltre ai suoi arredi e alle tappezzerie in seta verde delle pareti, spiccano i ritratti di Irina Ivanovna Beketova e di Sophie de Fagan. Irina era figlia del milionario e famoso industriale Ivan Semenovich Miasnikov, sposò il colonnello dell’esercito Peter Afanasevich Beketov e, rimasta vedova, decise di aprire una fabbrica di tessuti nel villaggio di Zyuzin (distretto di Mosca), dando lavoro a molte donne del luogo. Sophie invece nacque a Parigi e sposò nel 1812 a Vienna il cugino Michele Coronini Cronberg. Dal 1849 fino a quando morì (1857) risiedette nel palazzo di Gorizia, dove si occupava degli affari di famiglia in assenza del marito, diplomatico sempre in viaggio.

Le ultime due sale che concludono la visita al palazzo sono la Sala Vescovo e il Salottino da lavoro. La prima è chiamata così perché qui, tra il 2 e il 5 maggio 1945, l’esercito jugoslavo tenne prigioniero l’arcivescovo di Gorizia Carlo Margotti. L’ambiente è decorato da raffinati stucchi, tappezzerie e mantovane di seta. L’arredamento evoca atmosfere di metà XIX secolo. Le pareti sono interamente occupate da dipinti, tra i quali spiccano i ritratti di Amalia Hofmann, che sposò nel 1821 l’industriale Gian Cristoforo Ritter e visse a Gorizia nel Palazzo Attems-Santacroce; un altro ritratto di Angiolina Sartorio e il ritratto di Carolina Gobbi, sposa di Giovanni Guglielmo Sartorio e mamma di Angiolina. L’ultima sala invece, deriva il suo nome dalla presenza di due scatole contenenti tutto il necessario per cucire e ricamare. Anche questa sala è ricca di mobilia ed è qui che si concentrano le foto e i ritratti degli ultimi eredi Coronini: infatti, a salutarci sono il ritratto a pastello su carta appeso alla parete, raffigurante Nicoletta Coronini Cronberg ed alcune foto di famiglia appoggiate su uno dei due piccoli cassettoni che affiancano il divanetto Biedermeier: Guglielmo, Nicoletta e Francesco Coronini Cronberg e i loro genitori Carlo e Olga.

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Ritratto di Nicoletta Coronini Cronberg (1922).

 

FONTI:

  • Guida Palazzo Coronini Cronberg a Gorizia, testi di C. BRAGAGLIA VENUTI – S. FERRARI BENEDETTI, Milano 2007.
  • Le foto dei dipinti sono prese dall’applicazione Donne Allo Specchio, scaricabile gratuitamente.
  • Le foto degli interni del palazzo sono prese dal sito ufficiale http://www.coronini.it/museo/sale/

La simbologia nascosta nel dipinto udinese di Vittore Carpaccio

I Musei Civici del Castello di Udine custodiscono, nella Sala III della Galleria di Arte Antica, l’opera che il pittore veneziano, Vittore Carpaccio (1460 ca. – 1526), eseguì nel 1496 per la chiesa domenicana di San Pietro Martire a Udine: Il Sangue del Redentore.

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L’opera è un olio su tela dai ricchi connotati simbolici. Il soggetto rappresentato è Cristo che regge la Croce sulla quale è appesa la corona di spine. Egli si erge in piedi su un doppio basamento, sul quale compare il cartiglio con la firma dell’artista, attorniato da angeli che reggono i simboli della Passione: la lancia di Longino, i chiodi della Croce, le verghe della flagellazione e l’asta con la spugna imbevuta di aceto. Dalle sue ferite zampilla il sangue che viene raccolto nel calice dell’Eucaristia, a significare che l’estremo sacrificio ha origine

“dall’Eucarestia che non è soltanto il prolungamento della Passione e Morte del Signore, ma una vera rinnovazione, e come nella Passione v’è stato lo spargimento del sangue, così anche nell’Eucarestia v’è un mistico spargimento del Sangue del Signore che viene raccolto nel calice” [1].

Sullo sfondo due cherubini reggono un rosso drappo damascato e più in fondo si intravede un paesaggio collinare dominato da case, mura e castelli (fra cui la libera interpretazione del castello di Udine).

In primo piano, nella parte bassa del dipinto, è raffigurata una rigogliosa vegetazione che merita una riflessione: perché disegnare così meticolosamente delle piante? Sicuramente non sono fini a se stesse, ma certamente hanno un significato simbolico-cristologico.

Partendo da sinistra, vediamo rappresentati in successione:

  • il rovo, simbolo della Passione, con il suo frutto (il lampone), simbolo di Redenzione, alludono alla missione salvifica di Cristo;
  • il tulipano, che allude al dolore della Madonna davanti alla crocifissione del Figlio;
  • il geranio, simbolo del Sacrificio, allude alla tristezza e alla Passione;
  • il malvone, allusione alla Salvezza di Cristo risorto;
  • il gelsomino, simbolo della felicità divina;
  • la piantaggine, simbolo della Passione in quanto la forma delle sue foglie e dei suoi fiori ricordano la spada che trafisse il costato di Cristo;
  • il narciso, simbolo del trionfo sulla morte;
  • l’anemone, simbolo della Crocifissione;
  • la felce, simbolo del bene che trionfa sul male;
  • un altro tulipano;
  • il convolvolo, allusione al calice che raccoglie il sangue di Cristo;
  • il garofano, simbolo dell’amore terreno e divino;
  • il ranuncolo, simbolo della morte, in quanto velenoso;
  • il tarassaco, simbolo della Passione, deposizione e incarnazione;

dietro agli angeli in piedi vicino a Cristo, sono raffigurati a sinistra e a destra:

  • l’angelica, detta “erba degli angeli” o “erba dello Spirito Santo”. Allude alla Salvezza e alla Redenzione;
  • il ciclamino, allusione alla presenza di Maria alla Passione del Figlio;
  • il tasso barbasso che allude alla Redenzione. Con le sue foglie si facevano gli stoppini per illuminare (allusione alla luce della redenzione), mentre il fusto veniva usato per i forni di panificazione (allusione al pane di Cristo per la salvezza degli uomini).

 

FONTI:

[1] G. TOSCANO, Il pensiero cristiano nell’arte, Bergamo 1960, p. 524.

O. GLAVINA, Simbologia botanica ne “Il Sangue del Redentore” di Vittore Carpaccio, in Bollettino delle civiche istituzioni culturali n.10, Udine 2007.

La notte in cui i morti ritornano

Siete anche voi tra coloro che storcono il naso di fronte alle decorazioni di ragni, mostriciattoli vari, pipistrelli e zucche che hanno un po’ – perdonate la scelta del termine – infestato le nostre case e i nostri negozi? Ritenete la festa di Halloween una “americanata”, un fenomeno di importazione buono solo per far girare di più il commercio? Se la risposta è affermativa (ma anche se è negativa!) vi invitiamo a continuare la lettura di questo articolo perché, forse, c’è qualcosa di interessante da scoprire circa questa festa[1].

Che la tradizione di decorare zucche e travestirsi da essere paurosi sia dilagata negli ultimi anni, se non altro ad un livello così profondo e diffuso, appare abbastanza innegabile. Ciò che invece è più controverso sono le origini di questa “festività”. Fino a venti o trent’anni fa i negozi non pullulavano certo di travestimenti spaventosi e la sera del 31 ottobre i cortili delle case non erano illuminati da grosse zucche intagliate. Eppure le origini della festa di Halloween sono assolutamente europee – alcuni addirittura le fanno risalire all’antica Roma[2] – e, in forme non troppo dissimili dalle attuali, sono rintracciabili anche nel folklore locale.

In questo nuovo viaggio di Vienichetiporto vogliamo raccontarvi proprio di alcune delle numerose tradizioni del Friuli Venezia Giulia legate al ritorno dei morti e al modo in cui questi venivano attesi e accolti.

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Iniziamo subito con il dire che la data del 31 ottobre non era che l’inizio di un periodo più lungo in cui, in tutta la nostra regione (comprese anche le zone dell’Istria che oggi non fanno più parte dell’Italia ma che hanno di certo dei legami culturali ancora fortissimi con il nostro territorio), si praticavano diversi rituali volti ad accogliere i defunti che, secondo la tradizione, proprio in questi giorni tornavano dal regno dei morti.

Grosso modo è possibile indicare la data del 31 ottobre come l’inizio di tale periodo che si concludeva nel giorno di San Martino, l’11 novembre. Questi dodici giorni erano un periodo magico, considerato un vero e proprio Capodanno, visceralmente legato al mondo agrario. Come diversi storici hanno fatto notare, nel mondo rurale non esistevano quattro stagioni ma due: l’inverno e l’estate[3] ed è quindi facilmente intuibile come novembre rappresentasse l’inizio del periodo più difficile e si rendesse quindi necessario mettere in atto delle pratiche apotropaiche e ben auguranti. Era anche tempo di pronostici e si credeva che i morti stessi, tornati dall’oltretomba, si riunissero nelle loro vecchie dimore con le loro famiglie e facessero divinazioni. Il fatto che, fin dal X secolo, la Chiesa avesse scelto il 2 novembre come giorno per la celebrazione del ricordo dei defunti, non fece che alimentare la credenza che, proprio in quei giorni, qualcosa di soprannaturale avvenisse[4] .

Fonte preziosa per conoscere dettagliatamente tutte le tradizioni e i rituali legati a questo periodo (e non solo) nella nostra regione è l’opera di Andreina Nicoloso Ciceri: Tradizioni popolari in Friuli. Si hanno tuttavia anche altre numerose testimonianze di scrittori (la stessa Caterina Percoto), storici ed etnografi dal XIX secolo in poi.

Piuttosto capillare e riscontrabile ovunque sul territorio è l’usanza di lasciare dei secchi colmi d’acqua per i morti: se ne hanno notizie dal territorio goriziano ma anche da Trieste e l’Istria, nonché dalla provincia di Udine e nel Friuli occidentale. Accanto ai secchi era poi spesso lasciato un lume acceso e del pane o altri alimenti – fortemente simbolici – sulla tavola in modo che i morti, di ritorno per quella notte, potessero ristorarsi.

Se i morti fanno rientro nelle loro vecchie abitazioni, è allora assai probabile che qualcuno li incontri nella loro processione dal cimitero fino alle antiche dimore. Tendenzialmente è molto meglio evitare un simile incontro. A seconda della zona considerata, l’incontro con la schiera dei defunti assume valenze leggermente diverse (in alcuni casi l’incontro si rivelerebbe fatale, in altri è semplicemente meglio camminare ai lati delle strade, onde evitare d’essere di intralcio). A Gemona e dintorni si credeva che chi non avesse visitato da vivo la chiesa di San Simenone, l’avrebbe inevitabilmente fatto da morto in questa notte. Immancabili le testimonianze di chi affermava di aver visto diversi scheletri inerpicarsi sul sentiero che porta alla chiesa[5].

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La chiesetta di San Simeone, in cima al monte omonimo a 1200 m circa di altitudine

[Foto: http://www.prolocobordano.it/index.php/attrattive]

Comune a tutta la regione è tuttavia il senso di timore che accompagna questa attesa: da un lato i defunti sono attesi ma dall’altro sono sentiti come potenzialmente pericolosi ed è per questa ragione che in alcuni paesi, nel passato, non era infrequente sentire le campane delle chiese suonare per tutta la notte tra l’1 e il 2 novembre. Le campane hanno infatti da sempre una valenza apotropaica molto forte.

I morti venivano attesi e accolti in modi molto vari: in Carnia – ma non solo – si pregava, a Timau ci si recava in cimitero, un po’ ovunque, come abbiamo già ricordato, si preparava un pasto speciale (gnocchi a Collina, “polente cuinzade” a Ravinis ma anche nelle Valli del Natisone, castagne cotte, ma anche solo acqua e farina in modo che i morti si potessero arrangiare a preparasi la polenta come a Prato Carnico). Ovunque era diffusa la preoccupazione di non irritare i defunti e per questo si cercava di preparare tutto alla perfezione addirittura evitando di spazzare il pavimento dopo cena (per non far sentire i morti non desiderati).

A questo punto appare chiaro che l’idea di una notte in cui le creature ultraterrene (e i morti ne sono un ottimo rappresentante) tornano tra i vivi non è un’invenzione statunitense. Ma le zucche almeno saranno una loro prerogativa? No, nemmeno le zucche intagliate sono “made in USA”. Di zucche scavate e illuminate dall’interno abbiamo notizie risalenti all’inizio del Novecento nella zona istriana ma anche ad Avasinis di Trasaghis (provincia di Udine) dove il giorno di Ognissanti e il giorno dei defunti le tombe venivano decorate con “zucche intagliate a volto umano, illuminate dall’interno[6].

Resta infine la questione del “dolcetto o scherzetto?“. Come avrete ormai intuito, anche la richiesta di cibi particolari non è nuova. In tutto il Friuli Venezia Giulia e l’Istria la questua era diffusa. Non erano solo i bambini, specie i meno abbienti, però ad andare di casa in casa chiedendo il “panetto dei morti” (nel goriziano), fichi secchi o altre delizie. In alcuni luoghi la processione comprendeva anche gli adulti – “contadini, benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt’altra occasione si vergognerebbero di accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti” – come scrisse Caterina Percoto nei suoi racconti. La richiesta di cibo in questi giorni dell’anno, accompagnata spesso da formule rituali[7], ha quindi un significato fortemente simbolico.

In ultima analisi quindi, già da questa superficiale carrellata di notizie, possiamo certamente affermare che se è vero che la festa di Halloween così come si è andata configurando negli ultimi anni forse non ci appartiene del tutto, è altrettanto vero che le sue radici culturali e tutti i riti ad essa connessi sono più parte di noi di quanto non fossimo a conoscenza.

[1] Eraldo Baldini, Giuseppe Bellosi, Halloween: origini, significati e tradizione di una festa antica anche in Italia, Cesena, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2015.

[2] Nicholas Rogers, Samhain and the Celtic Origins of Halloween, in Halloween: From Pagan Ritual to Party Night, New York, Oxford Univ. Press, 2002, pp.

[3] Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Torino, Einaudi, 1981.

[4] La data, come è facile immaginare, non venne scelta a caso: come spesso accadeva, la nuova festa va a sostituirne una più antica e pagana. Franco Cardini, nel suo saggio I giorni del sacro (Milano, Editornale Nuova, 1983, p.118), scriveva a tal proposito:  “la commemorazione dei defunti dei primi di novembre, dipendendo da una precisa decisione ecclesiale presa nell’XI secolo a partire dalla Francia e sulla base a quanto pare di usi popolari locali, ha immesso nelle nostre celebrazioni liturgiche un caratteristico elemento calendariale celtico, che ha trasformato una realtà d’origine lontana dal calendario romano in realtà cattolica, riconosciuta da tutta la cristianità occidentale.

[5]Valentino Ostermann, La vita in Friuli. Usi – costumi – credenze popolari, II edizione riordinata, riveduta e annotata da G. Vidossi, Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1940, II, p.396. 

[6]Andreina Nicoloso Ciceri, Tradizioni popolari in Friuli, II edizione, Reana del Rojale (Udine), Chiandetti, 1983.

[7]A Poffabro, ad esempio, i ragazzi bussavano alle porte dicendo Bun dì, pagnùc a mì! e così anche a Claut.

L’assedio del Castello di Gorizia

Ancor prima di iniziare la nostra narrazione, possiamo subito fare un “mea culpa” e ammettere che il titolo di questo articolo è alquanto generico. Già perché il maniero goriziano (di cui vi abbiamo già parlato un po’ di tempo fa) non ha subito certo un solo assedio. Ricorre proprio quest’anno il centenario della presa di Gorizia – per la precisione il 9 agosto – durante la Prima Guerra mondiale, in quel fatidico 1916 in cui la città veniva strappata agli allora nemici austriaci e restituita, non senza enormi sacrifici, all’Italia (a tal proposito, se volete approfondire l’argomento, è in corso una mostra proprio nelle sale del castello).

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Mura castello Gorizia

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Fatta questa debita premessa, l’assedio di cui vi vogliamo parlare risale al XIV secolo. Lotte per il potere, sgarri politici, manifestazioni di forza, manovre militari e molto altro non sono prerogativa dei romanzi d’azione. Come abbiamo già più volte avuto occasione di vedere, anche la nostra regione vanta episodi storici degni della penna di un fervido romanziere.

I protagonisti della nostra vicenda sono alcuni dei nobili più influenti dell’epoca e il patriarca di Aquileia, ma non uno qualsiasi: Bertrando di Saint Geniès ovvero uno degli uomini che maggiormente hanno segnato la nostra storia o, come meglio lo definì il Leicht “una delle più grandi e belle figure dei patriarchi aquileiesi”.

Bertrando venne eletto patriarca nel luglio del 1334 quando ormai era un uomo anziano (era infatti nato nel 1258). Molto colto, era dottore in legge e insegnava presso l’Università di Tolosa. Era anche cappellano papale e uditore di Rota nonché decano della chiesa di Angoulême. Il patriarcato di Aquileia non viveva, in quegli anni, un periodo positivo della sua storia. Bertrando venne scelto proprio per le sue doti. Il suo compito sarebbe stato quello di restituire l’antico splendore al patriarcato, arginando le ingerenze nobiliari, sempre più insistenti. In breve egli avrebbe dovuto occuparsi della ricostruzione territoriale ed economica dello stato, attuare riforme istituzionali ma anche ecclesiastiche.

Già all’indomani del suo trasferimento, Bertrando dovette vedersela con Rizzardo da Camino il quale aveva occupato il castello di Cavolano sul Livenza e assaltato Sacile. Bertrando non si limitò a recuperare il castello ma anche tutto il Cadore. Abile politico, seppe allearsi con le persone più adatte. Strinse infatti accordi con la repubblica veneta ma soprattutto con il duca d’Austria e con Carlo di Moravia, il futuro imperatore.

Anche la contea di Gorizia attraversava un periodo di particolare debolezza politica. Nel marzo del 1338 morì prematuramente il conte Giovanni Enrico II. Il suo posto fu preso da Alberto IV assieme ai fratelli Enrico e Maniardo, con il placet del patriarca stesso che concesse loro l’investitura ufficiale il 25 febbraio 1339. Nel luglio seguente poi, vennero stipulati a Udine dei patti nei quali le due parti si impegnavano a prestarsi vicendevolmente aiuto in Friuli, Carsia e Istria. Tali patti sarebbero durati a malapena un anno. Come ci narra il patriarca Bertrando stesso

“il conte di Gorizia, aiutato dalla potenza dei conti di Veglia, assalì il fedele nostro e della chiesa di Aquileia Giorgio di Duino; e dopo fatte tregue fra loro, il conte stesso assalì in forze la terra nostra; dal canto nostro noi ci mettemmo sulle difese, ed essendo venuti in aiuto nostro e della chiesa Carlo (di Moravia) e Giovanni (del Tirolo, figlio di Giovanni re di Boemia) con sufficiente moltitudine di cavalieri e di fanti, con loro e colle nostre truppe movemmo contro i nemici; e prima di tutto ci dirigemmo contro Cormons e vi stemmo dieci giorni, e fatto là quel danno che si poteva, alla vigilia di Natale (del 1340) movemmo il campo contro Gorizia e celebrammo la solennità della sacratissima notte della nascita del Salvatore e le tre Messe di quel giorno, cioè la prima dell’alba, all’aurora e la terza solenne, nei campi davanti Gorizia, assistendovi i principi sopraddetti, i conti di Ortemburg con moltitudine copiosa di militi loro e nostri e di altri nobili. Partiti di là il giorno di San Giovanni Evangelista (27 dicembre) dopo dato il guasto, andammo a Belgrdo e tenemmo assediato Belgrado e Latisana sino all’indomani dell’Epifania (7 gennaio 1341). Allora il conte chiese tregua per un anno ed a sua domanda la concedemmo […]”

Quindi Bertrando si accampò effettivamente ai piedi del castello di Gorizia e ivi celebrò messa davanti ad alcuni dei nobili più potenti di quei luoghi ma non vi fu, come forse ci si poteva aspettare, uno scontro armato, un vero e proprio assedio. Anzi, Bertrando e gli altri nobili soggiornarono davvero poco a Gorizia, preferendo poi dirigersi, come riferisce il patriarca stesso, verso Belgrado e Latisana. Come va interpretata una tale strategia? E perché il conte di Gorizia, nonostante non avesse subito nemmeno un danno, chiese – ed ottenne – un tregua? Le azioni del patriarca Bertrando furono meramente rappresentative, manifestazioni di propaganda e di forza atte a ribadire che chi osava portare guerra al patriarca, di fatto la portava alla Chiesa stessa e ciò era sacrilego.

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Quello dell’assedio di Gorizia è solo uno dei numerosi episodi che videro coinvolto Bertrando e i conti Goriziani: pochi anni dopo, nel 1344, le ostilità si riaccesero e, a fasi alterne, si trascinarono fino al 1350 quando i conti Mainardo ed Enrico di Gorizia, alleatisi due anni prima con il comune di Cividale, in combutta con altri nobili (tra cui Gualtiero Vertoldo IV ed Enrico di Spilimbergo, i Villalta e Federico da Portis) ordirono una congiura per assassinare il novantaduenne Betrando. Ma questa è un’altra storia.