“Col focho tutti ha morti e inabissati”

 

Un padre e una madre e dieci nati

Col fuocho tutti ha morti e inabissati”

Diplamatarium Portusnaonense, CXXV

La mattina del 12 aprile 1402 la vita di molte persone sarebbe cambiata. Era probabilmente iniziato come un giorno normale, un sonnacchioso mercoledì di metà aprile. Iniziano così tutte le giornate terribili, mascherandosi con l’abitudine, prima di esplodere.

Alcuni dei protagonisti di quella giornata non avrebbero visto sorgere il sole l’indomani, per tutti gli altri sarebbero comunque iniziati tempi difficili.

Una colonna di fumo e lingue di fuoco, grida di disperazione, rabbia, furore, irragionevolezza si alzava tetra e con essa la pesante consapevolezza che iniziava forse a serpeggiare che il dado era tratto, che l’eccidio cui era stato dato avvio non si sarebbe più potuto fermare fino a che il fuoco non avesse fatto crollare l’ultima pietra della torre e avesse portato la certezza di conseguenze terribili per tutti.

Quel giorno la famiglia del signore di Torre, Giovannino di Ragogna, venne sterminata in modo atroce: assaltato il castello da una folla inferocita, l’intera famiglia e alcuni servitori cercarono rifugio nella torre della dimora e da lì il capofamiglia iniziò una lunga quanto inutile trattativa con gli assedianti. Una volta compreso che la situazione sarebbe sfociata in tragedia, Giovannino benedisse tutti i suoi figli e la moglie, in avanzato stato di gravidanza, e si rassegnò al suo destino. La torre venne data alle fiamme, senza lasciare possibilità di fuga. In realtà non tutti perirono quel giorno: quattro figli di Giovannino riuscirono a gettarsi nel vuoto e a salvarsi. Vennero catturati ma liberati pochi giorni dopo.

Cosa aveva fatto Giovannino di Ragogna per meritare tanto odio e una fine così atroce?

Per comprendere le dinamiche che portarono a un simile fatto bisogna gettare uno sguardo alla situazione politica del Friuli in quel periodo storico, ovvero tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo.

Pordenone dipendeva politicamente dai Duchi Asburgo d’Austria fin dal XIII secolo e veniva governata da un capitano.

Il Venerdì Santo del 1402 in città si era consumato il tentativo – fallimentare – di assassinare il capitano della città, massima carica in rappresentanza dell’Impero dunque, Nicolò Mordax. Il sicario, tale Guglielmo Tessitore, venne arrestato e sottoposto a tortura prima di essere giustiziato. Durante gli interrogatori fece il nome del mandante, il conte di Ragogna appunto. La confessione non fu una novità: questo non era stato il primo tentativo di eliminare il rappresentante austriaco e tutti sapevano bene chi ci avrebbe guadagnato da un simile evento. Secondo le cronache infatti, Giovannino aveva più volte cercato, in vari modi, di minare il potere pordenonese con l’intento di mettere a ferro e fuoco la città per estendere la propria influenza. Fino a quel momento, tuttavia, era stato più accorto non lasciando prove dirette del suo coinvolgimento nei vari attentati.

Forte della pessima nomea che il signore di Torre si era guadagnato, Nicolò Mordax non dovette quindi fare troppa fatica nell’aizzare la folla pordenonese – cui si aggiunsero a dar manforte anche gli abitanti di Cordenons – contro il suo nemico. Una moltitudine è tuttavia difficile da gestire e non è dato sapere se l’epilogo tragico della vicenda fosse nelle intenzioni del capitano di Pordenone o se anche lui, ad un certo punto, debba essersi reso conto delle conseguenze che lo avrebbero investito.

Per quanto siamo abituati a considerare i secoli passati come epoche ricche di violenza – ed in effetti lo furono – un simile evento venne considerato estremamente grave anche dai contemporanei.

Il patriarca di Aquileia, Antonio Panciera,  radunò subito l’esercito e lo mise in marcia alla volta di Pordenone, salvo poi desistere dall’assediare la città in quanto questo avrebbe significato per certo l’intervento militare dei Duchi d’Austria. Pare che questi ultimi si fossero, fino a quel momento, semplicemente limitati a rimuovere il Moradx dal suo incarico.

Il fatto indignò anche il papa Innocenzo VII che scomunicò tutti i pordenonesi in qualche modo coinvolti nella vicenda. Tale scomunica – fatto molto grave all’epoca – venne ritirata solo quattro anni più tardi.

Pronunciarsi sulla figura di Giovannino Ragogna non è semplice: le cronache e i fatti storicamente accertati non lo descrivono in termini lusinghieri. Avido, rissoso, manipolatore e assetato di potere: questa è la figura che emerge. Ma le fonti non sono molte e sono praticamente tutte ascrivibili alla fazione a lui avversa. Che non fosse un uomo pacifico appare comunque abbastanza indubitabile.

Affascinante è poi la figura del figlio Federico, il primogenito e uno dei pochissimi scappati al massacro. Catturato non appena fuggito dalla torre in fiamme, venne presto liberato. Di lui sappiamo che ereditò il titolo e i domini paterni, portando avanti alleanze di convenienza nell’ottica di un politica di equilibrio. Non sappiamo molto altro e questo ci permette, in modo innocente e come puro passatempo intellettuale, di immaginare come deve esser stata condizionata la sua vita dagli eventi vissuti quel giorno.

Viviamo nell’epoca meno violenta della storia[1]. Sembra assurdo e d’istinto ci verrebbe da dire che non è assolutamente possibile ma se poi ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che, tutto sommato, potrebbe anche essere vero.

L’ulteriore domanda che sorge spontanea è: ci si abitua alla violenza? Crescere in un mondo in cui la sopraffazione e le aggressioni sono all’ordine del giorno o quasi, rende l’essere umano in qualche modo assuefatto? Nascere in un’epoca in cui la morte è perennemente in agguato, nelle sue forme più spietate ma naturali come in quelle più truci, può divenire un’abitudine? Probabilmente no e per quanto l’epoca in cui vissero i protagonisti di questa vicenda fosse molto più dura e crudele della nostra, i segni del trauma devono essere rimasti e ben visibili sui sopravvissuti.

Letture per approfondire:

Storia di Pordenone / Andrea Benedetti ; a cura di Daniele Antonini. – Pordenone : Edizioni de il Noncello, 1964 (Pordenone : Arti grafiche Fratelli Cosarini, 1967). – 675 p., [2] c. di tav. : ill. ; 25 cm.

Pordenone : Torre e il suo castello : storie e restauro / a cura di Francesco Amendolagine ; testi di Francesco Amendolagine… [et al.!. – Venezia : Marsilio, [2003!. – 173 p. : ill. ; 30 cm.

Diplomatarium Portusnaonense: liberamente consultabili all’indirizzo https://archive.org/details/diplomatariumpo00valegoog

Studi di letteratura storica / Adolfo Borgognoni. – Bologna : Zanichelli, 1891. – IV, 376 p. ; 19 cm

Saggio decisamente datato al cui interno è possibile tuttavia trovare il testo che Gentile da Ravenna scrisse nei giorni che seguirono la strage. Un’opera intensa, composta sull’onda del momento tragico e per questo molto interessante e significativa. Lo potete leggere gratuitamente al seguente URL: https://archive.org/details/studidiletterat00borggoog/page/n212

[Che gran cosa Internet Archive!]

Altro da sapere:

Il castello di Torre è oggi sede del Museo Archeologico del Friuli Occidentale ed ospita reperti che coprono un arco temporale che va dalla Preistoria (numerosi sono i rinvenimenti di materiali del sito del Palù di Livenza) fino al Rinascimento. Molto suggestivi sono gli spazi dedicati ai reperti della villa romana, scoperta negli anni Cinquanta dal Conte Giuseppe di Ragogna, discendente del “nostro” Giovannino nonché ultimo abitante della villa. A lui va il merito di averla lasciata alla città per esserne un bellissimo museo.

[1] Steven Pinker, Il declino della violenza: perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, Mondadori, 2013.

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