Ad Andreis nevica la fantasia

 

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’UPIM:
un vero abete, un pino di montagna
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

(da Il Mago di Natale, Gianni Rodari)

In uno tra i più piccoli borghi della nostra Regione a Natale accade qualcosa di veramente magico: “Ad Andreis nevica la fantasia”! E mai titolo fu più pertinente per spiegare quello che succede in questo comune della Valcellina (in provincia di Pordenone) dalla prima domenica di dicembre al 6 gennaio, da ormai 6 anni.

Appena usciti dalla galleria che collega Montereale con i comuni montani, è necessario girare a destra per immergersi ne “La magica emozione degli alberi di Natale”. Lungo le viuzze del paese, all’interno e all’esterno di molte abitazioni, accanto alle fontane e sotto i porticati, un gruppo di volontari della Proloco, con il supporto dell’Amministrazione Comunale, ha abbellito con creative decorazioni rigorosamente fatte a mano numerosi abeti (veri all’esterno e finti all’interno di case non abitate durante il periodo invernale). In che modo? L’inventiva, l’ingegno e la manualità di queste persone le ha portate a realizzare palline con i cottonfioc per neonati, simpatiche faccine con i coperchi della Nutella, pennelli che sono stati trasformati in colorati babbi Natale, lampadine dipinte come pupazzi di neve, scarti di carta arrotolati e assemblati per formare eleganti fiori, bottiglie di plastica diventate ghiaccioli e fiocchi di neve. Ma accanto ai materiali più bizzarri e inusuali non possono certo mancare lana, feltro, cotone, panno, stoffe trasformate in angioletti, gufi, gnomi, folletti e animali vari in un mix perfetto tra tradizione e modernità. Ovviamente il materiale principe è il legno che per l’occasione è stato tagliato, piallato, inchiodato, traforato e verniciato per dar vita a buffi e dolcissimi personaggi ai quali manca solo la parola!

Ciò che colpisce è la cura dei dettagli e la preziosa attenzione impiegate per realizzare questi originalissimi addobbi. Non solo. Le decorazioni non si limitano ad adornare gli abeti, ma vengono anche rifiniti e impreziositi fioriere, davanzali, fontane che diventano un’elegante cornice per i veri protagonisti dell’evento.

Durante il periodo della manifestazione sono stati organizzati mercatini, spettacoli, eventi musicali, ma la bellezza di passeggiare nel silenzio di queste piccole vie, avvolti dal calore di simpatici personaggi, come ad esempio sagome di bimbi di legno che vestono gli alberi o che stanno cantando, di renne fatte con tronchi d’albero, di angioletti o addirittura di una famigliola di pinguini, la si assapora anche in un giorno qualsiasi della settimana. È come se in questo luogo il tempo si fosse fermato e fossimo costretti a rallentare. L’affannosa corsa ai regali qui non ci assale, così come non veniamo colti dalle luci e dai rumori delle città. Ad Andreis è la lentezza a guidare il nostro stupito incedere in cerca di meraviglia.

Ad Andreis nevica la fantasia 2015

La macchina fotografica mi ha inevitabilmente portata a scattare molte foto, tuttavia, ad un certo momento ho deciso che era il caso di rimetterla nella sua custodia per lasciarmi guidare dalle piccole luci che accrescono l’emozione e “riscaldano” questo luogo. Il momento certamente più suggestivo per visitare Andreis e i suoi alberi di Natale? Il calar del sole, o all’imbrunire, che dir si voglia. Dalle 16.30 circa il paese si veste di un manto di poesia che ci avvolge e ci fa tornare bambini. E per rispettare pienamente le regole del nostro blog ho deciso di portare i miei occhi e il mio cuore in alto, per raccontarvi il tramonto e l’accensione delle luci delle vie, da un insolito punto di vista: a circa 10-15 minuti a piedi dalla piazza del paese, lungo la strada che conduce all’Area Avifaunistica del Parco delle Dolomiti Friulane c’è un sentiero che porta alla chiesetta di San Daniele in Monticello. Bene, non serve raggiungere il piccolo santuario, basta superare di qualche decina di metri le voliere dei rapaci per godere di un meraviglioso panorama. Occorre coprirsi bene perché se nel primo pomeriggio il sole scalda ancora, verso sera le temperature si abbassano ed è faticoso scattare foto con i guanti!!

Tramonto_Andreis

Un ultimo suggerimento per “portarci a casa” un po’ di questa magia? Prima di andarcene, consiglio di percorrere la “Via delle fiabe”, perché qui, come recita l’insegna “tutti possono trovare lo stupore dell’infanzia”.

 

Chi abita sull’abete
tra i doni e le comete?
C’è un Babbo Natale
alto quanto un ditale.

Ci sono i sette nani,
gli indiani,
i marziani.
Ci ha fatto il suo nido
perfino Mignolino.

C’è posto per tutti,
per tutti, c’è un lumino
e tanta pace per chi la vuole,
per chi sa che la pace
scalda anche più del sole.

(L’Abete di Natale, Gianni Rodari)

Per info: https://www.facebook.com/Ad-Andreis-nevica-la-fantasia-523632447649509/?fref=ts

Lis cidulis

Tra que’ monti vige un antico costume. La sera precedente a un dì solenne, alcuni giovinotti del villaggio ascendono la montagna, piantano a lor dinanzi un impalcato, e tagliate di legno resinoso delle rotelle in forma di stella, le conficcano ad un palo, indi danno lor fuoco e le girano, le girano finchè sieno bene ardenti; poi battono d’un gran colpo il palo sulla panca, e le fanno scivolar giù a salti per la montagna consecrandole al nome delle giovinette del paese. A’ piedi del monte vi è un’altra turba di garzoni, che stan pronti con armi da fuoco per festeggiare a chi più può il nome della propria amorosa. Giacomo sapeva che la gioventù del suo villaggio era solita nel dì seguente far cantare una Messa alla Vergine perchè ne custodisse i costumi, e che in quella sera salivano a metà dell’erboso monte di Cabia per lanciare le girelle.​”

Caterina Percoto, Lis cidulis – Scene carniche
Il rito del lancio delle rotelle infuocate è una tradizione geograficamente molto circoscritta. Di questa particolare cerimonia si ha notizia solo per quanto riguarda l’area carnica. Non vi sono infatti altri luoghi in Friuli Venezia Giulia – se non per successiva “importazione” – in cui si celebri tale festa.
Più facile è trovare testimonianze nelle regioni di lingua e tradizioni tedesche da cui, con tutta probabilità, deriva tale rituale.
Ma in cosa consiste esattamente questa cerimonia? E qual è il suo significato?
Le “cidulis” sono delle rondelle di legno – solitamente faggio o abete – forate in centro in modo da poter essere issate su un bastone.
Lis cidulis
Protagonisti del rito sono i giovani coscritti del paese che avevano effettuato la visita di leva (fino a quando la leva era obbligatoria). Giunto l’imbrunire del giorno della festa, i ragazzi salgono sul colle che sovrasta il paese e, dopo aver acceso un falò preparato per l’occasione, iniziano a incendiare queste rotelle, le issano sul bastone e le fanno girare vorticosamente sopra la testa, pronunciando una formula rituale, prima di lanciarle il più in alto possibile. Infatti i giovani si trovano avvolti dall’oscurità, rischiarata solo dal fuoco del falò, e gli spettatori, posti più in basso, devono vedere queste luci fuoriuscire dal buio, simili a stelle cadenti. Naturalmente più il lancio sarà lungo, più sarà suggestivo lo spettacolo.
Prima del lancio ogni giovane legge ad alta voce un testo dedicato a una coppia di innamorati – veri, immaginari o presunti tali – del paese.
Il lancio delle rondelle è spesso seguito da esplosioni di botti e altri canti.
In molti paesi, i giovani “cidulars” si riuniscono poi ai loro compaesani per mangiare, bere e ballare.

Questo rituale reca in sé molti elementi simbolici: innanzitutto i protagonisti sono i giovani del paese che, solo in questa occasione, possono prendersi liberà normalmente loro negate (ad esempio, prima del lancio delle rondelle, attraversano cantando il paese ed entrano, senza dover chiedere il permesso o essere invitati, nelle case dove viene dato loro da mangiare e, soprattutto, da bere). Viene quindi celebrato il potere della giovinezza e la solidarietà di gruppo. Anche la partecipazione attiva delle altre componenti sociali del villaggio è una forma di affermazione della coesione della comunità qui celebrata.

 È stata vista, nel rituale de lis cidulis, anche una particolare forma di corteggiamento e di sottrazione del controllo sul matrimonio, controllo normalmente detenuto dai genitori ma che, in questa occasione, viene esercitato dai giovani. Per evitare fraintendimenti è bene affermare esplicitamente che la scelta del coniuge anche in passato, veniva sempre effettuata liberamente. A che pro, quindi, celebrare un rituale per ribadire e rafforzare un’usanza già ampiamente condivisa? La spiegazione più plausibile è che, sebbene le scelte matrimoniali non fossero imposte, l’approvazione – o meno – da parte dei genitori fosse comunque assai forte quando non determinante.
Per quanto certamente non esaustive, quelle appena esposte rappresentano le spiegazioni più plausibili circa il significato di questo rito.
Non meno importanti, tuttavia, nel determinare la natura della cerimonia, sono anche il periodo dell’anno in cui essa si svolge e le origini geografiche. I due aspetti sono, come intuibile, strettamente legati.

Come già ricordato, il lancio di rotelle infuocate è molto diffuso nei paesi tedeschi dove solitamente avviene nella prima domenica di Quaresima. Di questo rituale in area tedesca si ha notizia fin dal secolo XI.

Anche per quanto il periodo di celebrazione vi sono differenze. Come per i fuochi rituali di cui avremo occasione di parlare nei prossimi articoli, anche le cidulis venivano accede in un momento sentito di cambiamento, ovvero in un periodo di passaggio delicato in cui era bene propiziarsi le forze occulte.

Per questa ragione, in molti paesi è possibile assistere a questa ricorrenza a capodanno o a San Giovanni (che coincide all’incirca con il solstizio d’estate). In certi luoghi il rito ha luogo nel giorno del santo patrono del paese[1].

Una cerimonia molto particolare quindi, che non ha una data fissa ma addirittura diverse.

[1] Veronica Felli, nel suo saggio “Fuochi rituali in Friuli”, riporta una tabella in cui sono segnalate le località in cui si svolge il rito e la data in cui avviene. Da un veloce confronto appare comunque chiaro che, sebbene venga coperta la gran parte dell’anno, il picco di concentrazione si ha nel periodo che va dalla vigilia di Natale all’Epifania.

Dolci tradizionali per le feste di Natale

Appartenente alla famiglia dello strudel, la gubana è per la nostra Regione il dolce tipico per eccellenza. Simbolo di prosperità e ricchezza, da sempre accompagna le festività ed in particolare quella del Natale.

Per gubana intendiamo una pasta ripiena, arrotolata e cotta al forno che, a seconda dell’influenza tedesca o slovena, ha dato origine a delle varianti sparse sul territorio.

Nelle zone della provincia di Udine vige la ricetta tradizionale delle Valli del Natisone:

per 4 persone

  • 1 pasta sfoglia
  • 150g di uva sultanina
  • 50g di pinoli
  • 100g di gherigli di noci
  • 40g di burro
  • 1 uovo fresco
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 30g di cioccolato a pezzi
  • 3/4 fichi secchi
  • 3/4 prugne secche
  • scorza di limone
  • scorza d’arancia candita
  • scorza di cedro candito
  • 2 bicchieri di vino Tocai del Collio
  • 70g di pane grattugiato
  • zucchero vanigliato
  • 30/40g di burro
  • farina 00

Iniziate con l’immergere per 30/40 minuti l’uva sultanina nel vino Tocai. Ne frattempo tritate finemente la frutta secca e unitela poi all’uva sultanina scolata. Aggiungete il cioccolato fatto a pezzettini, le scorze grattugiate d’arancia, limone e cedro.

Prendete una terrina e unite a questo composto il pane grattugiato, fatto precedentemente rosolare nel burro. Amalgamate bene il tutto unendo anche un tuorlo d’uovo leggermente sbattuto e l’albume montato a neve con un pizzico di sale.

Sulla spianatoia infarinata stendete la pasta sfoglia con il matterello e ponete al centro il ripieno. Avvolgete a rotolo formando un tortiglione. Spennellate sopra il tuorlo d’uovo leggermente sbattuto.

Cucinate il dolce in forno a 180° per 45/50 minuti. Una volta raffreddato spolveratelo con lo zucchero vanigliato.

Gubana delle valli

Altro dolce per le feste di Natale è il Presniz, appartenente alle zone di Trieste e Gorizia:

per 6/8 persone

  • 30g di farina 00
  • 100g di burro
  • 1 uovo fresco
  • zucchero
  • acqua tiepida
  • 400g di noci
  • 400g di mandorle
  • 400g di zucchero
  • 150g di uva sultanina
  • 100g di cioccolato
  • 150g di pinoli
  • 150g di miele
  • 1 bicchiere di rhum
  • 1 buccia d’arancia grattugiata
  • 1 buccia di limone grattugiata
  • cannella

Cominciate col preparare l’impasto: mescolate bene la farina con il burro fuso e aggiungete l’uovo, lo zucchero e il rhum.

Poi preparate il ripieno ponendo in una terrina lo zucchero, le noci tritate, il cioccolato grattugiato e le bucce grattugiate del limone e dell’arancia. Aggiungete i pinoli, il miele, le mandorle (fatte saltare precedentemente in una padella con lo zucchero). Amalgamate bene il composto.

Sulla spianatoia, stendete la pasta ungendola con il burro e spolverandola con lo zucchero, distribuite sopra il ripieno e avvolgete la pasta per poi darle una forma di chiocciola. Spennellate poi il dolce con burro e uovo sbattuto.

Cucinare il tutto a 190° per 40/45 minuti.

presniz

Nei territori della provincia di Pordenone, invece, si incontra il cosiddetto “Pandolce con uvetta”:

per 4/6 persone

  • 650g di farina 00
  • 150g di zucchero
  • 150g di burro
  • 70g di pasta di pane lievitato
  • 1/2 bicchiere di Marsala
  • 40g di uva sultanina
  • 40g di cedro candito
  • 30g di pinoli
  • 10g di semi di cumino
  • 2 cucchiai d’acqua di fiori d’arancio
  • sale

Impastate 300g di farina con un pizzico di sale e la pasta di pane lievitata, aggiungendo anche un po’ di acqua tiepida. Con l’impasto formate una palla per poi porla in una ciotola e coprirla con un panno lasciandola lievitare a temperatura ambiente per 18/20 ore.

Altri 300g di farina metteteli in una terrina con lo zucchero, un pizzico di sale, 120g di burro ammollato, l’acqua di fiori d’arancio, e il Marsala. Amalgamate il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo. Unitelo poi con la pasta lievitata. Lavorate con forza l’impasto per 20-25 minuti incorporando l’uvetta (precedentemente fatta rinvenire in acqua tiepida), il cedro a pezzettini e i semi di cumino pestati.

Mettete a riposare la pagnotta per 12 ore coperta da un panno. Poi effettuate un taglio a croce sopra e ponete il dolce in forno a 180° e cuocetelo per 60 minuti ca.

Che dire, cari amici, Buon Natale e Buon Appetito!

FONTI:

L’antico rito dei Krampus: leggenda e significato

Un’antica usanza pre-natalizia si svolge in molti Paesi e regioni di lingua germanica, come in Baviera, Svizzera, Tirolo e nella nostra Regione, in particolare nelle zone del tarvisiano, dove ancora oggi sopravvivono tracce di lingue e tradizioni germaniche: si tratta di un cerimoniale che, da una parte trae le sue origini da remoti culti precristiani legati al solstizio d’inverno (che cade nella notte tra il 21 e il 22 dicembre), dall’altra rievoca un’antica leggenda popolare che ha come protagonisti il vescovo Nicolò e dei diavoli, conosciuti come Krampus.

La leggenda narra che durante un periodo di carestia nei paesi di montagna, alcuni giovani decisero di travestirsi da demoni, con maschere, pelli, pellicce e corna, risultando irriconoscibili così da poter terrorizzare e derubare delle provviste gli abitanti dei villaggi. Dopo vari saccheggi, si accorsero che tra loro si era nascosto il Diavolo in persona, riconoscibile solamente dalle gambe caprine. Per scacciarlo, gli abitanti delle montagne chiamarono il vescovo di Mira Nicolò, passato alla storia per aver severamente condannato, durante il Concilio di Nicea del 325, l’eretica dottrina dell’Arianesimo, e diventato, nella tradizione popolare di molti Paesi anglofoni, Santa Claus (per noi Babbo Natale).

Il Diavolo fu sconfitto e da allora i giovani travestiti da demoni sono obbligati tutti gli anni a sfilare lungo le strade dei paesi, non più per rubare, ma recando doni ai bambini buoni e “picchiando” quelli cattivi, sempre in presenza del vescovo.

Nella nostra Regione, le celebrazioni si svolgono il 5 dicembre: a Camporosso una fiaccolata attraversa le vie del paese giungendo nel piazzale della canonica dove i Krampus rincorrono i bambini e san Nicolò li chiama a sé per dire una preghiera. Appena conclusa la festa, il santo conclude il giro per le case seguito dai demoni. A Tarvisio, i Krampus girano per le vie della città fermandosi di casa in casa a consegnare doni ai bambini buoni e carbone a quelli cattivi. A Rutte, frazione di Tarvisio, la scenografia è emozionante: dal bosco buio circostante, i Krampus giungono recando delle fiaccole accese che creano un’atmosfera mistica.

Il rito, come abbiamo detto, deriva da arcaiche tradizioni pagane. Infatti, negli antichi cerimoniali delle comunità montane, si materializzavano spiriti e demoni iniziando i giovani al mondo adulto; un sacrificio alla fertilità e ai cicli naturali.

La rievocazione vuole inoltre rappresentare la continua e infinita lotta tra Bene e Male.