Mummie di Venzone: una lotta per l’immortalità

Era il 1647 quando nel borgo trecentesco di Venzone, durante i lavori di ampliamento del Duomo, venne ritrovato il corpo mummificato di un uomo. Portava un costume di pregiato velluto e sulla pietra sepolcrale era rappresentata una scala, il simbolo degli Scaligeri. La denominazione “gobbo”, attribuitagli a causa di evidenti malformazioni fisiche, venne smentita non appena il corpo fu sottoposto a studi sistematici: il nobile scaligero, morto a 45-50 anni tra il 1340 e il 1350, in vita fu un uomo fisicamente normale ma dopo la morte il suo corpo, a causa di una scorretta tumulazione, subì delle gravi deformazioni.

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Duomo di Sant’Andrea, Venzone. Facciata principale

Nel giro di qualche anno i ritrovamenti dei corpi mummificati si moltiplicarono così come studi, ricerche e curiosità. Il suolo sottostante il Duomo, grazie alla composizione gessosa (solfato di calcio, anidro e calce carbonata), alla presenza del micete Hypha Bombicina Pers., alle mura spesse del Duomo e alla struttura dei sepolcri, aveva favorito la disidratazione immediata dei corpi che, nel giro di 6-12 mesi dalla morte, si erano mummificati raggiungendo quella immortalità che gli Egizi, e ancor prima i Cinesi e i Tibetani, avevano tanto affannosamente cercato.

Dopo questi primi ritrovamenti la pace secolare di questi corpi venne sconvolta per sempre. Delle trentaquattro mummie esumate fino al 1842, due vennero mandate nel gabinetto autoptico di Padova, una fu trasportata nella Chiesa degli Invalidi a Parigi, due in un museo a Vienna, altre, per motivi ignoti, vennero riseppellite, altre vergognosamente disperse, altre ancora sistemate nella Cappella Superiore di San Michele a Venzone, ambiente adatto alla conservazione.

Il 6 maggio 1976 un forte sisma devastò il Friuli, la Rotonda di San Michele crollò e, inaspettatamente questi corpi furono sottoposti a una prova crudele: sei delle ventuno mummie lì adagiate persero la sfida secolare e furono cremate, congedandosi definitivamente dalla dimensione terrena; le altre quindici superarono la prova, furono recuperate e deposte provvisoriamente in un magazzino.

Dal 2000 le cinque mummie meglio conservate giacciono in teche di vetro nella cripta di San Michele accessibile al pubblico, le restanti dieci sono collocate in una sala adiacente. Su tutte sono state effettuate delle radiografie dall’Azienda Ospedaliera Santa Maria degli Angeli di Pordenone, grazie alle quali è stato possibile tracciare una sorta di identikit dei corpi mummificati: sono uomini e donne – alcuni sono stati identificati altri no – morti in età compresa tra i 45 e gli 85 anni, vissuti tra il XIII e il XIX secolo a Venzone. Si tratta di individui appartenenti a classi sociali diverse, che hanno vissuto in momenti diversi vite diverse e sono morti in modi diversi. Accomunati soltanto dalla patria di origine e da questo straordinario destino, ora giacciono insieme, uno accanto all’altro.

Ma perché ogni anno migliaia di visitatori oltrepassano la soglia della Cripta di San Michele e si fermano in silenzio a guardare quei corpi così integri, quasi espressivi, ma pressochè sconosciuti? Perché addirittura Napoleone Bonaparte nel 1807 è sceso a Venzone per visitare e omaggiare quei corpi a lui ignoti? Forse perché in questi corpi mummificati si scorge quel miracolo, in questo caso dovuto semplicemente a una strana combinazione di agenti chimici e fisici, cui l’uomo fin dall’antichità ha guardato e per il quale, sfidando la sua stessa natura, ha sempre lottato: l’immortalità.

“Ma cosa forse più ammiranda e forte colà m’apparve: spaziose, oscure
stanze sotterra, ove in lor nichhie, come simulacri diritti, intorno vanno

corpi d’anima voti, e con que’panni tuttora, in cui l’aura spirar fur visti,
sovra i muscoli morti e su la pelle
così l’arte sudò, così caccionne
fuor ogni umor, che le sembianze antiche, non che le carni lor, serbano i volti

dopo cent’anni e più: morte li guarda, e in tema par d’aver fallito i colpi…”

“Sepolcri”, Ippolito Pindemonte

Valy Tavan

Riferimenti bibliografici:
F.M. MARCOLINI, Sulle Mummie di Venzone, Arnaldo Forni Edit. 1831.
G. BAGGIERI, Le Mummie di Venzone. Aspetti di mummiologia generale e degrado post-mortem, Bollettino dell’Associazione “Amici di Venzone” Anno XXXI-2002.
G. BAGGIERI, M. DI GIACOMO, Le Mummie di Venzone. Morfologia, Radiologia e Tac, Bollettino dell’Associazione “Amici di Venzone” Anno XXXII-2003.

Un gioiello da salvare: villa Correr a Porcia (Pordenone)

Anche il Friuli Venezia Giulia, come tutta l’Italia, possiede splendidi beni culturali sui quali, purtroppo, il tempo e l’incuria hanno infierito senza che la mano dell’uomo intervenisse a fermare un declino inevitabile. Anzi, spesso proprio l’azione umana si è rivelata un accelerante per la rovina di splendidi siti.

Tra i molti edifici che sarebbe bello vedere restaurati va annoverata una villa in provincia di Pordenone: villa Correr a Porcia.

Villa Correr

La barchessa che si trova sulla destra guardando la facciata è stata recentemente restaurata e, novità di quest’estate, anche il parco della villa è ora aperto al pubblico quotidianamente e non solo in occasione di particolari manifestazioni come avveniva nel passato.

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Detto questo, a chi decide di fare una passeggiata nello splendido parco non può che rimanere un po’ di amaro in bocca nel vedere, accanto alla barchessa splendente per il summenzionato restauro, l’edificio principale in stato di semi rovina.

Facciamo però un passo indietro e vediamo un po’ le vicende che hanno interessato quest’opera.

Qual è la storia di questa villa? Chi ci ha abitato?

Chiusa da anni, la villa ha in realtà due nomi: è infatti conosciuta sia come villa Correr che come villa Dolfin e questo a causa del cambiamento di proprietari durante i secoli.

I committenti dell’edificio, che risponde pienamente al gusto dell’epoca, sono la famiglia Correr, casata patrizia veneziana le cui origini sono così antiche da perdersi nell’incertezza delle supposizioni.

Dei vari rami in cui è divisa questa famiglia, ci interessa particolarmente quello di Santa Fosca poiché è quello cui appartenevano i committenti della nostra villa.

Non possediamo un documento attestante l’inizio dei lavori di edificazione ma è possibile fare delle ragionevoli supposizioni in base alle fonti che ci sono giunte. È infatti abbastanza probabile che, ancora agli inizi degli anni Ottanta dei Seicento, la villa fosse in costruzione poiché, nei documenti che si riferiscono a quel periodo e concernenti l’acquisto di terre, appaiono spesso come testimoni dei muratori. I committenti sono quasi certamente i figli di Giovanni Correr: Marc’Antonio e Lorenzo. Quest’ultimo divenne unico proprietario e curò gli ultimi lavori dal 1682, anno di morte del fratello.

Anche la barchessa e la chiesetta, dedicata a Sant’Antonio da Padova, sono state costruite nello stesso periodo dal momento che abbiamo almeno un documento, risalente al 1683, in cui viene menzionato l’edificio religioso. Non deve stupirci che un nobile si facesse costruire, accanto a casa, una cappella privata. L’usanza era abbastanza diffusa nel XVII secolo, quando era molto spesso scomodo e lungo raggiungere gli edifici sacri per le funzioni. Tuttavia, si potrebbe obiettare, come vi abbiamo già raccontato, che molto vicino a questa villa sorgeva già la duecentesca chiesa di Sant’Agnese. Costruire un edificio sacro privato fu, in questo caso, uno sfoggio di potere e di alleanza con l’autorità ecclesiastica del luogo.

Dopo la morte di Lorenzo Correr, la villa passò in gestione comune ai suoi tre figli maschi che la utilizzarono solo come dimora di villeggiatura e successivamente ai figli di uno dei tre, Giovanni, in quanto unici eredi maschi.

Alla metà del Settecento la villa visse un periodo di splendore: ne parla anche Gianbattista Pomo, autore dei Commentari urbani (una cronaca di Pordenone del Settecento). Ma la gloria durò poco poiché già due generazioni dopo la villa risultava in cattive condizioni di manutenzione. Infatti la famiglia Correr le preferiva i possedimenti padovani.

Quando e in che modo la villa passò alla famiglia Dolfin (da cui il doppio nome con il quale è conosciuta)?

La famiglia Dolfin divenne proprietaria dell’immobile nel 1848, in seguito al matrimonio di Elena Correr con Carlo Dolfin. Anche i nuovi proprietari la utilizzarono poco però.

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L’interno della villa non è attualmente visitabile purtroppo, ma tutte le pareti interne, tranne poche eccezioni, presentano decorazioni ad affresco. Alcuni di questi affreschi sono davvero elaborati ed imponenti: colonne tortili sulle quali si avviluppano festoni vegetali, paesaggi incastonati entro cornici, anch’esse decorate, di gusto barocco, finti paramenti che ricoprono intere pareti…

Nel guardare gli scalini sconnessi della scalinata posteriore – attualmente transennati – in una bella giornata d’autunno come quella in cui abbiamo scattato queste foto, l’immaginazione non può che galoppare all’epoca di massimo splendore di quest’edificio: i piedini delle dame fasciati in scarpette di raso che hanno calpestato queste pietre e questi viali, le feste al piano nobile, la routine quotidiana che di certo seguiva un ritmo molto più lento di quello cui siamo abituati.

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La speranza è quella di poter recuperare questo gioiello in tutto il suo splendore, per non dover subire un fascino che, attualmente, è più affine alle sensibilità decadenti di letteraria memoria.

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Fonti:

Villa Correr a Porcia, a c. di M. Baccichet, Accademia San Marco, Pordenone, 2007.

Forniz Antonio, Dimore illustri nel Friuli occidentale : la Villa Correr ora Dolfin a Rorai Piccolo di Porcia, in Itinerari rivista trimestrale dell’E. P. T. di Pordenone anno 6., n. 1 marzo 1972.

 

Il Tempietto di Cividale: la rivincita culturale dei Longobardi

L’epoca rinascimentale diffuse un’opinione assai negativa riguardo il popolo longobardo: i Longobardi furono considerati dei “barbari” selvaggi e feroci che, giungendo in Italia alla fine del VI secolo, portarono ovunque morte e distruzione, spezzando l’unità politica creata dai romani. Oggi molti studiosi stanno rivalutando questo giudizio, ponendo l’accento sul contributo positivo che i Longobardi diedero nello sviluppo della società, della cultura e delle arti.

Questi “uomini dalle lunghe barbe” erano un popolo nomade proveniente dalla Scandinavia, organizzato militarmente e stretto da intensi vincoli parentali. All’inizio del VI secolo giunsero in Pannonia (Ungheria occidentale) dove ottenero dall’imperatore bizantino Giustiniano terre e possessi in Pannonia. Essi vissero in queste terre per ben sessant’anni, dal 508 al 568, decisivi per la loro piena maturazione civile.
Il 568, segnò un’ulteriore svolta per i Longobardi: a causa della minaccia avara, furono costretti ad abbandonare la Pannonia e, sotto la guida del re Alboino, ad entrare in Italia. La prima città occupata fu Cividale (l’antica Forum Julii), che, per la sua posizione strategica, fu scelta come capitale del I° ducato longobardo ed affidata al governo di Gisulfo (nipote del re Alboino e primo duca del Friuli dal 569 al 581 ca.). Ma non si fermarono qui!!! Crearono un regno (il Regno Longobardorum) costituito da 35 ducati sparsi per la penisola italiana e capeggiati da un “duca”.

In questo loro regno non portarono, come molti ancora credono, morte e distruzione!!! Anzi, contribuirono allo sviluppo sociale, economico e culturale delle popolazioni autoctone romane (ormai politicamente ed economicamente in decadenza a causa del crollo dell’Impero), portando a una pacifica integrazione longobardo-romana.
Il culmine di questa integrazione culturale tra civiltà germanica e civiltà latina venne raggiunto nell’VIII secolo, in particolare durante il regno di Liutprando (712-744 d.C.), in cui rifiorirono al massimo le arti e l’economia. È in questo momento che re e duchi longobardi si impegnarono in modo più frequente e sistematico nella costruzione di palazzi, chiese e monasteri (espressioni della forte fede dei nobili longobardi, ma anche luogo di rifugio per se stessi e le loro famiglie).

E noi dobbiamo essere orgogliosi, perché una delle più splendide e ambiziose commissioni giunte sino a noi dall’Europa dell’VIII secolo, si trova proprio a Cividale.

Si tratta del cosiddetto Tempietto Longobardo.

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In questa occasione ci limiteremo ad illustrarvi brevemente gli aspetti artistico-architettonici del tempietto, e lo faremo cercando anche di ricostruire ciò che gli occhi di un tempo hanno avuto il privilegio di ammirare (per ulteriori approfondimenti seguiteci nella nuova sezione che prossimamente inaugureremo!!!).

Il sacello viene menzionato per la prima volta in un diploma dell’11 novembre 830, emesso dai re Ludovico il Pio e Lotario, dal quale emerge la sua appartenenza ad un complesso conventuale (“Valle”), comprendente un monastero, sorto intorno alla metà dell’VIII secolo per servire da luogo di ritiro per le figlie della nobiltà longobarda, e la chiesa, più antica, intitolata a san Giovanni, che fungeva da chiesa palatina del gastaldo (funzionario locale, rappresentante del re longobardo).

Riguardo la cronologia dell’edificio, sono state formulate due ipotesi: una, avvalorata dall’analisi stilistica ed iconografica, farebbe risalire il Tempietto alla prima epoca carolingia (intorno all’800), mentre la seconda lo attribuirebbe alla tarda epoca longobarda (VIII secolo, ipoteticamente sotto il dominio di Astolfo, duca del Friuli dal 744 al 749 e re dei Longobardi dal 749 al 756, e sua moglie Giseltrude).

Dal punto di vista architettonico, il Tempietto consta di un’aula unica a pianta quadrata, coperta da volta a crociera, che si conclude con un presbiterio più basso, diviso mediante coppie di colonne in tre parti coperte da volte a botte.

Ed è lo spazio dell’aula che conserva la maggior parte dell’apparato decorativo originario. Ma ciò che ci è rimasto non rende l’idea della magnificenza e della ricchezza che gli occhi di un tempo vedevano.

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Immaginate se foste entrati secoli e secoli fa!!!

Pareti rivestite di lastre di marmo, sopra le quali si estendeva una fascia di affreschi raffiguranti santi militari (ad eccezione del santo sudorientale che è un vescovo) che fiancheggiano lunette in stucco incornicianti ulteriori affreschi: nella lunetta ovest, al di sopra dell’ingresso originario, è raffigurato, tra gli arcangeli Michele e Gabriele, Cristo giovane e imberbe, che alza la mano destra nel gesto della cosiddetta benedictio graeca, mentre con la sinistra regge il Vangelo gemmato.

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La lunetta nord, oggi poco leggibile, ospitava l’immagine della Vergine col Bambino in braccio, tra i due arcangeli.

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Mentre a sud doveva essere raffigurato il Battista, il santo titolare della chiesa madre del tempietto stesso. Secondo la critica moderna, queste tre immagini insieme rappresentavano il tema iconografico della cosiddetta Deesis, in cui la Vergine e il Battista, in qualità di ambasciatori degli uomini, intercedono presso il Salvatore.

Sopra le pitture correva un’ulteriore fascia con una teoria di grandi e pregevoli figure di sante in stucco, delimitate da due cornici orizzontali decorate con fregio stellato. Ed ancora più in alto, brillanti mosaici dorati decoravano le volte dell’aula e del presbiterio.

Ma ciò che molti non si immaginano, è che in origine gli stucchi non erano “nudi”, ma dipinti.

L’ambiente interno era un tripudio di colori!!!

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Voi continuereste a definire i Longobardi dei “bruti”?

Fonti:

-Le immagini della ricostruzione della policromia degli stucchi appartengono a Bente Kiilerich, della quale vi invitiamo a leggere l’articolo Colour and Context: Reconstructing the Polychromy of the Stucco Saints in the Tempietto Longobardo at Cividale, in Arte Medievale, VII (2008), 2, pp. 9-24. Scaricabile anche in PDF da http://www.italialangobardorum.it/download/documenti/27511_TEMPIETTO_THE_STUCCO_SAINTS.pdf

-BERTELLI – G. P. BROGIOLO, Dai Longobardi ai Carolingi: una rilettura critica, in Il futuro dei Longobardi. L’Italia e la costruzione dell’Europa di Carlo Magno, a cura di C. BERTELLI – G.P. BROGIOLO, Milano 2000.

-BERTELLI, La decorazione del tempietto di Cividale, in Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (secc. VI-X), Atti del XIV Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo (Cividale del Friuli – Bottenicco di Moimacco 1999), I-II. Spoleto 2001.

-C. MENIS, I Longobardi nella storia d’Italia, in Italia longobarda, a cura di G. C. MENIS, Venezia 1991.

-DE FRANCOVICH, Il problema cronologico degli stucchi di S. Maria in Valle a Cividale, in Stucchi e Mosaici alto medievali. Atti dell’VIII Congresso di Studi sull’arte dell’Alto Medioevo, Milano 1962.

-TORP, Il problema della decorazione originaria del Tempietto longobardo di Cividale del Friuli, in Quaderni della FACE, XVIII, Udine 1959.

-TORP, Il Tempietto Longobardo. La cappella palatina di Cividale, Cividale 2006.

-TORP, Note sugli affreschi più antichi dell’Oratorio di S. Maria in Valle a Cividale, in Atti del II Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto.

-TORP, Una Vergine Hodighitria del periodo iconoclastico nel “Tempietto longobardo” di Cividale, in Arte d’Occidente: temi e metodi. Studi in onore di Angiola Maria Romanini, Roma 1999.

-CASIRANI, S. CERNUSCHI, L. CODINI, Dati per una riconsiderazione del Tempietto longobardo, in Cividale longobarda: materiali per una rilettura archeologica, a cura di S. LUSUARDI SIENA, Milano 2002.

-CASIRANI, La gastaldaga di Cividale: stato delle conoscenze sulle sedi del potere regio nell’Italia longobarda, in Cividale longobarda: materiali per una rilettura archeologica, a cura di S. LUSUARDI SIENA, Milano 2002.

-TAVANO, Il Tempietto Longobardo di Cividale, Udine 1990.