L’Inquisizione in Friuli: l’apostasia #2

​Nel precedente post dedicato all’Inquisizione in Friuli Venezia Giulia, abbiamo delineato alcuni dei tratti fondamentali del fenomeno. Non abbiamo la pretesa di essere esaurienti e per varie ragioni: in primo luogo poichè non riteniamo questa la sede​, in secondo perché esistono validissimi studi che trattano approfonditamente e in modo scientifico l’argomento (avremo modo di citarne alcuni in bibliografia). Tuttavia, riteniamo che possa essere interessante ripercorrere le vicende di alcune delle persone coinvolte, per comprendere meglio il fenomeno e per non dimenticare che, per quanto lontane nel tempo, sono state storie molto crudeli che hanno visti coinvolti veri esseri umani e non personaggi di fantasia. Forse alcuni di coloro che citeremo sono gli antenati di qualche lettore del nostro blog.

Come abbiamo già avuto modo di ricordare nel precedente post, le accuse che potevano portare davanti al tribunale dell’Inquisizione erano diverse.

L’adesione alle idee della Riforma Luterana o di altre correnti cristiane ma non cattoliche fu un fenomeno piuttosto diffuso in Friuli Venezia Giulia e vide coinvolte persone di ceti sociali molto diverse. Le motivazioni, anche in questo caso, sono varie.

Tra i contadini di Cinto che aderirono in modo fervente alla predicazione anabattista è possibile rintracciare un genuino desiderio di ritorno alla purezza dei valori cristiani, propugnati da tale movimento. Quando l’Inquisizione iniziò la repressione dell’anabattismo, molti – chi poteva – decisero di abbandonare la propria terra e di recarsi in aree geografiche più tolleranti, come ad esempio la Moravia. Solo in tre ritornarono, e si trattò di una migrazione che non si esaurì in poco tempo, ma anzi si organizzò con la presenza di missionari anabattisti che, a rischio della propria vita, rientravano per favorire la “fuga” di chi ancora era in Friuli.

Anche tra le monache del convento di Santa Chiara a Udine si diffusero presto idee anabattiste che portarono alcune donne a tentare la fuga verso la Moravia. Non ci riuscirono: vennero catturate, processate e riportate alla loro condizione. O almeno così credevano gli Inquisitori. In realtà quasi tutte continuarono a professare le loro idee.

Santa Chiara - Udine

Che differenza possiamo cogliere tra i contadini di Cinto e le monache di Santa Chiara? Nel primo caso si tratta di gente umile e semplice, per lo più analfabeta e sinceramente convinta del messaggio anabattista. E convinte lo erano probabilmente anche le monache udinesi che tuttavia provenivano da uno strato sociale completamente diverso: erano ragazze di buona famiglia, alcune di loro – le più anziane – avevano potuto sperimentare una vita monacale non restrittiva (prima del ripristino della clausura era loro concesso fare visita ai parenti e partecipare in maniera abbastanza attiva alla vita secolare) e quando venne reimposta la clausura, possiamo immaginare quanto la loro vita sia peggiorata. Non è difficile ipotizzare che queste donne abbiano individuato nella religione cattolica la causa della loro sofferenza e infelicità.

Come più volte sottolineato, l’adesione a forme diverse di religiosità e, in particolare alle idee della Riforma, furono comuni in tutta la popolazione. Un esempio di tal senso ci arriva da Porcia dove, negli anni Quaranta del XVI secolo (nello stesso periodo iniziarono a diffondersi le idee anabattiste tra le summenzionate clarisse udinesi) un gruppo di artigiani purliliesi si avvicinò alle idee della Riforma grazie alla guida del parroco di Maron di Brugnera, Lucio Paolo Rosello.
Tutti gli appartenenti a tale gruppo furono processati a Venezia verso la fine degli anni Cinquanta e solo due vennero ritenuti ufficialmente colpevoli. Cosa accadde a questi due uomini? Nulla di preoccupante sul piano fisico: abiurarono e ricevettero unicamente delle punizioni spirituali. Lascia un po’ l’amaro in bocca sapere però che l’unico che non venne imputato al processo fu tale Hieronimo Massara, pur ampiamente coinvolto. Il motivo? Era uno degli uomini più ricchi del paese.
Ci possiamo allora chiedere, a questo punto, quanto l’appartenenza a classi privilegiate (per ricchezza o nobiltà) mettesse al sicuro dall’Inquisizione. La risposta non è semplice e univoca. Certo è che negli ambienti nobiliari – soprattutto a Venezia – laddove la mano dell’Inquisizione più difficilmente riusciva ad arrivare, la diffusione di idee “eretiche” fu più facile e meno rischiosa. Nondimeno – e abbiamo già avuto modo di sottolinearlo – dagli atti dei processi ancora in nostro possesso, emerge che anche figure di rilievo vennero processate. Insomma, è possibile affermare che l’essere nobile (o ricco) non era garanzia di incolumità, ma la situazione opposta, ovvero l’appartenenza ai ceti più umili, rendeva molto più elevato il rischio di un incontro con il Sant’Uffizio in presenza di accuse o prove, palesi o meno che fossero.

La vetta del Monte Osternig: un percorso tra prati e animali

Poco tempo fa, ci avete seguiti nel raggiungimento del Passo Volaia, luogo “remoto” della Carnia al confine con l’Austria.

Questa volta vi porteremo nella remota zona del Tarvisiano, e più precisamente in cima al Monte Osternig (Oisternig) dalla quale, nell’ammirare il panorama mozzafiato, vi sentirete “padroni di cielo e terra”.

Partiamo allora!!!

Raggiunta la località di Ugovizza, in comune di Malborghetto-Valbruna, seguiamo in automobile le indicazioni per il Rifugio Nordio-Deffar fino a raggiungere una radura (altitudine 1210 m) dove si è obbligati a parcheggiare la macchina per iniziare il percorso a piedi verso la meta. Originariamente, il suddetto rifugio si trovava proprio in questo spiazzo ma, a causa dell’alluvione del 2003, venne smantellato nel 2008 e ricostruito più in alto, a quota 1410 m (0.45 ore).

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Dunque, parcheggiamo l’auto, zaino in spalla, e ci incamminiamo verso il nuovo Rifugio Nordio-Deffar.

Il Rifugio è dedicato ai fratelli Aurelio e Fabio Nordio, due volontari triestini morti nella Grande Guerra, e a Riccardo Deffar, anche lui triestino e conosciuto alpinista. Lo intravediamo!!!. Non ci fermiamo a lungo perché la strada è ancora lunga. Costeggiamo dunque il rifugio sulla destra, per attraversare il ruscello e imboccare il sentiero n. 403-507.

Ma ecco che a salutarci c’è una bellissima mucca che si avvicina a noi, ben contenta delle lusinghe che le rivolgiamo!

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Il sentiero, comodamente percorribile, sale immerso nel bosco fino a quando non diventa un’ampia mulattiera che conduce a Sella Bistrizza, la verdeggiante vallata situata a sud del Monte Osternig, lungo il confine con l’Austria.

La vallata è caratterizzata dalla presenza di alcune casere e di un punto di ristoro austriaco, dove potrete gustare prosciutti, formaggi e un bel piatto di gulasch.

Altra caratteristica del posto è la presenza di numerosi animali: razze diverse di cavalli, bovini, e addirittura una coppia di pony, tutti intenti a brucare l’erba o distesi a rilassarsi per il caldo!

Proseguiamo lasciandoci alle spalle le casere e seguendo il sentiero n. 481 che taglia diagonalmente le pendici del Monte e conduce alla cima.

Dopo una serie di tornanti, a circa 2000 m, il sentiero si sdoppia. Noi proseguiamo verso la vetta orientale segnata dalla presenza di un’alta croce (a quota 2030 m).

Ed eccola lassù, manca poco!!!

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Conquistiamo la vetta (2050 m)! Affaticati, ma estasiati dal panorama che si apre davanti ai nostri occhi: le Alpi Carniche orientali, le Alpi Giulie e la valle del Gail.

La sensazione è quella di “dominare il mondo”!!!

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Nel ridiscendere, c’è la possibilità di percorrere la strada dell’andata, oppure imboccare il sentiero più articolato del crinale austriaco (n. 481a). Entrambe le opzioni ci riportano alle casere, dove leggiamo l’indicazione per la cappella della Madonna della Neve (indicazione sentiero n. 507), la quale merita di essere vista prima di ritornare verso le auto.

Il Castello di Duino e i suoi signori: tra proprietari realmente esistiti e fantasmi che ancor oggi lo abitano

Duino, mezzanotte: presso le rovine dell’antico castello, costruito a strapiombo sul mare nell’XI secolo, qualcuno ha acceso un candelabro.

E così accade ogni notte verso mezzanotte.

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Ma l’evento si infittisce di mistero se diamo ascolto a coloro che sostengono di aver visto il candelabro spostarsi da un ambiente all’altro della rocca, librato nel vuoto. O meglio, più che librato nel vuoto parrebbe – dicono – trasportato dall’immagine inconsistente di una donna, con abito e velo color bianco candido.

Si tratta dell’antica castellana Esterina da Portole (precisamente del suo spirito!!!), oggi conosciuta come la “Dama Bianca”.

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Esterina era una donna buona e innamoratissima del marito tanto da riempirlo di continue attenzioni e tenerezze, ma riceveva in cambio solo disprezzo e offese. Un giorno, il crudele marito, infastidito dall’amorevole moglie, con l’inganno la condusse su una delle rocce sotto le muraglie del castello e la scaraventò giù dal dirupo. L’urlo dell’innocente impietosì il cielo che la trasformò in una bianchissima pietra prima che cadesse in mare e morisse. Da quel giorno, l’anima inquieta della Dama, a mezzanotte, lascia la roccia e vaga per le rovine del castello fino alla stanza in cui un tempo si trovava la culla del figlio, e qui vi rimane fino all’alba per poi ritornare alla roccia; c’è chi dice di averla anche sentita piangere!!!.

Voi direte: «Ma stiamo parlando di un fantasma! Nessuno crede ai fantasmi!». Eppure Esterina “esiste e non esiste”, ad ognuno la volontà di crederci o no: ai piedi dell’antico castello, è visibile un masso bianchissimo che ha le sembianze di una donna velata. È da qui che il fantasma della donna prenderebbe vita!

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Non sappiamo nulla su chi fossero lei e il marito. Probabilmente discendevano dai Duinati, signori feudatari di stirpe germanica che nell’XI secolo si insediarono presso i resti di un fortilizio militare romano (fatto costruire dall’Imperatore Diocleziano), e qui costruirono il proprio castello, andato poi distrutto nel XV secolo dai Turchi.

Osservati dall’arcana presenza, lasciamo le rovine dell’antico castello, per trasferirci in quello Nuovo, voluto sul finire del XIV secolo da Ugone, ultimo rappresentante della dinastia dei Duinati.

La costruzione fu portata a termine dal successore, Ramberto di Walsee (casato di Svevia), il quale nel 1472 lo vendette agli Asburgo, che vi misero al comando diversi Capitani: Nicolò Luogar fino agli inizi del XVI secolo, e poi la famiglia Hofer fino al 1587, anno in cui morì l’ultimo discendente maschio, Mattia Hofer.

Grazie al matrimonio tra Lodovica Hofer e il conte Raimondo VI, appartenente al ramo lombardo della famiglia Torre-Valsassina (dal quale derivano anche i Thurn und Taxis ed i conti Thurn del Tirolo e della Svizzera), il feudo passò ai Torriani. È a questo punto che il castello medievale diventa una residenza principesca in stile rinascimentale, adatta a ospitare grandi compositori, musicisti e poeti.

I Thurn-Hofer-Valsassina di Duino furono mecenati di noti poeti, scrittori e musicisti europei ed ebbero un ruolo importante nello sviluppo di attività sociali e culturali.

Teresa Maria Beatrice Thurn-Hofer-Valsassina (1817-1893), donna di immensa cultura, ospitò personaggi illustri come Franz Listz, Johann Strauss, Gabriele d’Annunzio. A lei si devono i versi ispirati alla leggenda della Dama Bianca:

«[…] Chi si fosse quel sire feroce
chi la donna del misero fato,
nemmen l’eco lo dice in sua voce
che con essa nel sasso ammutì […]»

Anche la figlia Marie, che sposò il lontano cugino Alexander von Thurn und Taxis, fu amante delle arti: ospitò il poeta boemo Rainer Maria Rilke, che le dedicò le famose Elegie Duinesi.

Pensate a questi illustri personaggi che, come noi visitatori di oggi, hanno avuto il piacere di camminare per le stanze del castello lasciandosi suggestionare dalla sua storia e dalle sue leggende.

Anche loro, come noi, hanno passeggiato per il parco del castello, godendo del favoloso panorama in cui cielo e mare si fondono creando una scala di sfumature d’azzurro.

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Un vialetto, costeggiato sulla destra da imponenti sculture in pietra raffiguranti illustri personaggi di epoche passate, conduce all’ingresso che ospita numerosi ritrovamenti di epoca romana.

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L’ingresso porta, sulla sinistra, alla cosiddetta Sala Grotta, un’ambiente dalle fattezze di una grotta termale in stile romano-orientale in cui è possibile rilassarsi, disturbati solo dal quieto zampillare dell’acqua della fontana in fondo alla stanza.

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Sulla destra, si apre invece l’ingresso della Hall che ospita una collezione di antichi reperti, nonché oggetti e documenti dei signori proprietari del castello. In fondo si intravede la scala Palladio che ci condurrà ai piani alti della residenza.

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Camminando tra le sale, siamo continuamente osservati dai ritratti degli antichi antenati della nobile famiglia.

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Un’ampia terrazza, ci permette di affacciarci e ammirare le rovine dell’antica rocca, e lo Scoglio di Dante, chiamato così perché si narra che Dante Alighieri, in visita al castello in qualità di ambasciatore di Cangrande della Scala, si sedette su questo scoglio e compose la seguente terzina della Divina Commedia, probabilmente dedicata a Duino:

«Io venni in luogo d’ogni luce muto
che mugghia come fa mar per tempesta
se da contrari venti è combattuto»

Scendiamo le scale e prima di lasciare la nobile dimora, ci fermiamo ad ammirare l’ampio cortile, dove quattro gradinate ci conducono all’ingresso dell’antica torre all’interno della quale è stata allestita una mostra permanente dedicata alla Grande Guerra.

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Salite in cima e, lasciandovi accarezzare il viso dal piacevole vento che con sé trasporta il profumo del mare, ammirate la baia di Duino alla quale è legata un’altra leggenda, quella di due sorelle, molto belle, che ogni sera, malinconiche e solitarie erano solite passeggiare lungo le rive della costiera per osservare il crepuscolo sul mare, fino a quando un giorno un’enorme ondata le trascinò nel fondo del mare. Da quella volta, nei giorni di tempesta, si vedono lampeggiare sulle rocce delle luci azzurrine, che si dice siano gli spiriti delle due sorelle.

Capite dunque perché Duino è considerato un luogo magico, ricco di storia, in cui si ha l’impressione di essere osservati e seguiti da fantasmi di castellani che, ancora troppo legati a questo bellissimo luogo, rivivono nei corridoi e nelle sale del castello e dell’antica rocca.

Oggi il castello è un vivace polo culturale, grazie all’erede Carlo Alessandro!

La vecchia chiesa di Sant’Agnese (Rorai Piccolo – Porcia)

La chiesa di Sant’Agnese che è possibile vedere dalla strada non è la costruzione più antica dedicata a questa santa nel territorio purliliese. Quello che oggi possiamo ammirare è infatti l’edificio più recente.  Se passate da quelle parti, parcheggiate la vostra macchina e dirigetevi dietro la chiesa “principale”. Alle sue spalle infatti è nascosto un piccolo gioiellino architettonico che è stato restaurato non troppi anni fa.

Si tratta della “vecchia” chiesa di Sant’Agnese, una piccola cappella campestre, tra le più antiche della diocesi. L’origine di questa chiesa è incerta. È stato ipotizzato sia stata costruita addirittura attorno al XII (o al massimo al XIII) secolo, ma, il rinvenimento di oggetti antichi in prossimità, ha suggerito che l’edificio cristiano possa essersi innestato su una precedente costruzione romana.

Sant'Agnese DSC_0134 DSC_0139

L’edificio è piuttosto piccolo, a una sola navata rettangolare. La copertura è a capriate lignee scoperte. A est l’aula termina in un’abside leggermente strombata da un arco trionfale di stile romanico.

capriate portico

Se fate bene attenzione, sul lato nord-ovest della facciata, preceduta da un porticato, potete notare un muro piuttosto spesso. Forse ad esso era addossata una costruzione oggi non più esistente. È plausibile potesse trattarsi di un campanile dal momento che quello attuale è certamente posteriore alla chiesa. Anche la parete sud risale ad un epoca successiva.

CampanileFacciata e campanile

La costruzione, esternamente molto semplice, conserva al proprio interno un tesoro pittorico notevole, per quanto i secoli e la scarsa manutenzione non siano stati generosi. All’interno si può infatti ammirare un ricco ciclo di affreschi, appartenenti a epoche diverse, raffigurante varie scene. Sulla parete settentrionale le figure sono disposte su un doppio registro: in quello superiore possiamo ammirare lacerti della Flagellazione, una figura di santo, San Giovanni Battista e il Cristo in croce, nonché altre figure di santi e martiri. Nel registro inferiore invece, sono individuabili altre figure di Santi (tra cui Sant’Egidio, San Benedetto e l’arcangelo Michele). Un’imponente – come tradizione vuole – figura di San Cristoforo troneggiava invece sul lato sinistro dell’arco trionfale. Oggi tale raffigurazione è quasi del tutto perduta purtroppo. Gli affreschi più antichi sono stati datati alla fine del XIII secolo o al massimo ai primi anni del XIV. Mancano documenti che confermino tale datazione la quale è stata fatta esclusivamente basandosi sulla resa stilistica. È possibile tuttavia notare una mano diversa all’interno del ciclo pittorico: nella Madonna in trono cambiano infatti sia la resa delle forme che l’utilizzo dei colori, i quali si fanno decisamente più caldi.

Come nella pieve di San Vigilio (Palse – Porcia), dove vi è una delle più antiche rappresentazioni friulane dell’Ultima cena, anche in Sant’Agnese vi è una particolarità iconografica. Sono infatti rappresentati i Tre patriarchi. Un esempio analogo – e coevo – è quello di Gemona. Successivamente tale raffigurazione la si ritroverà anche a Sesto.

Nell’abside è possibile ancora vedere altre rappresentazioni di Santi e Cristo in trono con i simboli degli evangelisti.

L’opera che funge da pala d’altare è stata attribuita a sia al Pordenone che a Pomponio Amalteo. Certo è che si tratta di un’opera Cinquecentesca.

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Negli anni cinquanta vennero effettuati dei lavori di resturo. In quell’occasione, presso l’altare maggiore, è stata ritrovata una croce “Enkolpion” in bronzo dorato  e di stile bizantino. Probabilmente venne prodotta intorno al XII secolo.

Come spesso accade poi, la chiesa ha ospitato, nei secoli, diverse sepolture. I resti mortali di alcuni di questi inumati sono venuti alla luce durante il restauro degli anni Ottanta, come ci ricorda un’epigrafe apposta sulla facciata.

Epigrafe

Il poco che vi abbiamo raccontato di questa splendida chiesetta è anche quasi tutto quello che si sa. Abbiamo fatto alcune ricerche ma pare che nessuno abbia mai pubblicato un approfondito studio su questo edificio. Si trova qualche notizia, per lo più riguardante il ciclo di affreschi, ma niente di strutturato e approfondito. Nella speranza di essere smentite (auspichiamo infatti di aver, molto ingenuamente, mancato di trovare una monografia piuttosto che rassegnarci all’apparente realtà, ovvero che non ci sia una pubblicazione dedicata a questa chiesa), attendiamo che qualche studioso – o gruppo di studiosi – possa fornirci notizie migliori nel prossimo futuro.

 

 

Storia di popoli e culture: la chiesa di Santa Maria Assunta a Montereale Valcellina

Appena poco fuori dall’abitato di Montereale Valcellina (Pn), lungo la strada di collegamento con Maniago Libero, sorge il piccolo cimitero che accoglie al suo interno un vero e proprio scrigno di storia e bellezza: la chiesa di Santa Maria Assunta.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Intitolata in epoche recenti a San Rocco e conosciuta come “la chiesa del cimitero”, il piccolo edificio ad aula unica, con copertura a doppia falda in coppi e travatura lignea interna a vista, si affaccia sul greto del torrente Cellina con il quale sembra possedere un profondo legame.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Tra il 1983 e il 1990 in seguito all’escavo delle ghiaie, su entrambe le sponde del torrente vennero alla luce alcuni manufatti risalenti ad un periodo compreso tra il Bronzo Recente e la prima Età del Ferro (XIII-VIII sec. a. C.), oggi conservati nel locale Museo Archeologico (presso Palazzo Toffoli).

Greto Cellina

Questi ritrovamenti si potrebbero ricondurre a un luogo di culto legato al torrente e al dio Timavo (protettore delle acque sotterranee) qui venerato. Le offerte che venivano fatte a questo corso d’acqua (spade, punte di lancia, asce) sono da porre in relazione con il controllo del guado, fondamentale per le comunicazioni e per la difesa del territorio. Il ricorso alle armi in caso di discordia tra le comunità confinanti era il metodo usato per stabilire a chi ne spettasse la gestione. Il vincitore avrebbe poi offerto alle acque la preziosa armatura dello sconfitto.

Greto del Cellina

Nel XIX secolo nell’area circostante la chiesa di Santa Maria Assunta, venne ritrovato un basamento (oggi perduto) ricollegabile ad un dono votivo: databile tra la seconda metà del II secolo a. C. e i primi decenni del I a. C., l’oggetto era stato dedicato al dio Timavo dal cittadino romano Tiberio Poppaio e recava l’iscrizione

TI(BERIUS) POPPAI(US) TI(BERI) F(ILIUS)

TEMAVO

D(ONUM) D(AT) L(IBENS) M(ERITO)

Il rinvenimento di due rocchi di colonna scanalata (si tratta di blocchi cilindrici che sovrapposti ad altri formano il fusto della colonna) e di coppe in ceramica con iscrizioni, il cui contenuto veniva offerto alla divinità in occasione di cerimonie religiose, confermano l’esistenza di un tempietto votivo in quest’area.

Con l’avvento del cristianesimo e la generale riforma cultuale degli edifici, attorno al V secolo circa il sacello pagano venne ampliato e convertito in una chiesa intitolata a Santa Maria Assunta. Il suo progressivo ingrandimento, di pari passo con quello dell’abitato di Montereale, fece assumere all’edificio mariano le caratteristiche della pieve: il responsabile era il pievano, mentre i cappellani dicevano messa e celebravano tutte le altre funzioni religiose negli altari laterali, nelle cappelle e nelle chiese dei paesi vicini.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Nel 1186 la chiesa venne nominata nella bolla concessa da papa Urbano III al vescovo di Concordia Gionata: nel documento vengono elencate, oltre alle corti, alle ville e ai castelli, anche le pievi che dipendevano dall’autorità spirituale del vescovo di Concordia, tra le quali figura anche l’edificio in questione identificato come “plebem de Calaresio” (pieve di Calaresio, dall’antico nome dell’area nella quale sorgeva).

Ciò che tuttavia colpisce di questo luogo è sicuramente il percorso iconografico degli affreschi dell’abside affidati nel 1560 a Giovanni Maria Zaffoni detto il Calderari (1500 ca -1563), allievo di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (1484 circa-1539).

Dettaglio abside chiesa Santa Maria Assunta

Il soggetto principale è certamente Maria, la titolare della chiesa e a lei sono state dedicate le principali scene che occupano l’intera parete di fondo (Morte o Dormitio Virginis e Cristo in gloria), la parete sinistra (Nascita di Maria, Presentazione al tempio, Sposalizio, Adorazione dei Magi) e quella di destra (Annunciazione, Visitazione, Fuga in Egitto, Cristo tra i Dottori).

Parete sinistra

E’ interessante notare come, forse non casualmente, ancora una volta l’elemento acqua si collega a questo luogo: nell’episodio della Nascita di Maria, la Beata è raffigurata piccola, immersa in un catino, coperta solamente da un lenzuolo bianco e dotata di nimbo dorato attorno al capo.

Nascita di Maria

L’iconografia scelta dal Calderari sembra attingere alle descrizioni tratte dalla Legenda Aurea (raccolta di biografie agiografiche, composta in latino nella seconda metà del XIII secolo dal frate domenicano e vescovo di Genova Jacopo da Varazze), che a sua volta attingeva all’antica letteratura apocrifa, in particolare al Protovangelo di Giacomo (5,1):

“Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: “Che cosa ho partorito?”.
Questa rispose: “Una bambina”. “In questo giorno”, disse Anna, “è stata magnificata l’anima mia”, e pose la bambina a giacere.
Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.”

Nella scena della Fuga in Egitto che si trova nel primo registro dal basso della parete opposta, la Vergine è raffigurata in groppa ad un asinello guidato da San Giuseppe.

Parete destra

Con una mano cinge i piedi di un Gesù Bambino nudo – che a sua volta le cinge un braccino al collo – e con l’altra tenta di strappare un frutto dalla palma che quasi si inchina al passaggio della Sacra Famiglia.

Fuga in Egitto

Ancora un Vangelo apocrifo, il Vangelo dello Pseudo Matteo (20, 1-2) viene utilizzato come fonte per descrivere questo episodio:

“Nel terzo giorno di viaggio, gli altri camminavano, ma la beata Maria stanca per il troppo calore del sole del deserto e vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: “Mi riposerò alquanto all’ombra di quest’albero”. Giuseppe dunque la condusse premuroso dalla palma e la fece discendere dal giumento. Sedutasi, la beata Maria guardò la chioma della palma, la vide piena di frutti e disse a Giuseppe: “Desidererei, se possibile, prendere dei frutti di questa palma”. Giuseppe le rispose: “Mi meraviglio che tu dica questo, e che, vedendo quanto è alta questa palma, tu pensi di mangiare dei suoi frutti. Io penso piuttosto alla mancanza di acqua: è già venuta meno negli otri e non abbiamo onde rifocillare noi e i giumenti”.
Allora il bambino Gesù, che riposava con viso sereno sul grembo di sua madre, disse alla palma: “Albero, piega i tuoi rami e ristora mia mamma con il tuo frutto”. A queste parole, la palma piegò subito la sua chioma fino ai piedi della beata Maria; da essa raccolsero i frutti con i quali tutti si rifocillarono. Dopo che li ebbero raccolti tutti, la palma restava inclinata aspettando, per drizzarsi, il comando di colui al cui volere si era inclinata. Gesù allora le disse: “Palma, alzati, prendi forza e sii compagna dei miei alberi che sono nel paradiso di mio padre. Apri con le tue radici la vena di acqua che si è nascosta nella terra, affinché da essa fluiscano acque a nostra sazietà”. La palma subito si eresse, e dalla sua radice incominciò a scaturire una fonte di acque limpidissime oltremodo fresche e chiare. Vedendo l’acqua sorgiva si rallegrarono grandemente e si dissetarono con essi anche tutti i giumenti e le bestie. Resero quindi grazie a Dio.”

E dell’acqua per benedire le spoglie della Beata potrebbe essere contenuta nel recipiente raffigurato in mano all’apostolo biondo, dal manto purpureo in piedi accanto al suo corpo, nella scena della Dormitio.

Dormitio Virginis     Dormitio Virginis (part.)

Il percorso che porta alla “Rivelazione” viene segnato dalla presenza delle Sibille (individuabili solamente quella Persica e Libica, echi del mondo pagano), dei Profeti (Simeone, Daniele, Davide e Mosè, caratterizzanti l’annuncio veterotestamentario), degli Evangelisti (Luca, Marco, Giovanni e Matteo, rivelatori del Sacro Messaggio) e dei Padri della Chiesa (San Gregorio Papa, Sant’Agostino, San Girolamo, Sant’Ambrogio, autentici interpreti) che campeggiano nelle quattro vele della volta a crociera del catino absidale.

Volta absidale

Lungo il sott’arco di sinistra a partire dall’alto, vengono inseriti nei clipei Santa Barbara (protettrice dalle folgori), il profeta Geremia, Sant’Agata (protettrice dalle malattie/dolori al seno; tessitrici, puerpere) e Santa Lucia (colei che difende dal male agli occhi). Nel sott’arco opposto troviamo il profeta Isaia, Sant’Apollonia (protettrice dai dolori dentali), il profeta Daniele e Santa Caterina d’Alessandria (patrona degli eruditi).

Il fronte del coro ospita nel registro superiore il sacrificio di Abele (a sinistra) e il sacrificio di Caino (a destra), mentre in quello inferiore si possono individuare a destra le figure dei santi Sebastiano, Rocco e Francesco d’Assisi (i primi difensori dalla peste e dalle malattie infettive, il terzo dai lupi), a sinistra Sant’Antonio Abate, Santo Stefano e San Nicola da Bari (protettori rispettivamente del bestiame, di muratori e fornaciai e di naviganti e traghettatori).

Dettaglio dell'abside

Ciò che colpisce di questi preziosi affreschi non è solamente il ricco percorso narrativo, ma anche indubbiamente l’equilibrio cromatico giocato su toni caldi che vanno dagli ocra, ai rossi, passando per gli arancio intensi e i bruni.

I chiari riferimenti ad illustri fonti stilistiche e iconografiche quali il Pordenone e Pomponio Amalteo (1505-1588), non hanno però impedito a Calderari di interpretarle in modo personale, vero ed autentico, declinandole ad un mondo meno “eroico” ma più terreno e quotidiano.

Chiesa e cimitero

L’Inquisizione in Friuli #1

Siamo normalmente – ed erroneamente – abituati a considerare l’Inquisizione come un fenomeno tipico del Medioevo. Sebbene sia vero che il primo nucleo di un tribunale dedito a giudicare cause di natura religiosa risalga al XIII secolo, l’Inquisizione che tutti conoscono – quella dei processi, delle torture e delle condanne al rogo per intenderci – svolse la sua massima attività tra Cinquecento e Seicento.

Va poi specificato che vi furono vari tipi di Inquisizione: quella spagnola (forse la più tristemente nota a causa della sua ferocia) che operò tra il 1478 e il 1834; quella portoghese (1536-1821); ed infine quella romana, la cui attività inizia con il Concilio di Trento (1542) e che ufficialmente è ancora attiva, sebbene con un altro nome – Congregazione per la Dottrina della Fede – e con ben altri scopi e metodi. Anche il Friuli Venezia Giulia fu ampiamente interessato dal fenomeno inquisitoriale.

A Udine è ancora oggi consultabile nella sua interezza l’archivio locale del Sant’Ufficio, ovvero uno dei due organismi principali in cui era suddivisa l’Inquisizione romana (l’altro era la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, confluito nella Congregazione del Sant’Ufficio solo nel 1917).

Sono solo cinque, ad oggi, i fondi ancora integri in Italia e quello udinese e uno di essi.

Come nel resto d’Italia, anche nella nostra regione, le persone che finivano davanti al temuto tribunale, potevano essersi presumibilmente macchiate di colpe anche assai diverse. Viene spontaneo immaginarsi loschi figuri dall’aria mefistofelica, donne spiritate devote al demonio, maghi, streghe e cose di questo genere. Sbaglieremmo di grosso se ci figurassimo una scena del genere, la quale potrebbe più plausibilmente appartenere a qualche film di genere horror che non ha nemmeno troppe pretese filologiche.

Sabba

In realtà i “crimini” per i quali si rischiava erano, nella maggior parte dei casi, molto meno diabolici.

I primi anni di attività sono, lo ricordiamo, quelli a ridosso del Concilio di Trento. Tale Concilio venne indetto per porre rimedio al dilagare della Riforma Luterana, nata e diffusasi in Germania e poi anche oltre quei confini, e quindi anche in Italia (e in Friuli). I reati di apostasia (che comprendevano sia l’abbandono della fede cristiana in favore di un’altra che il mantenimento della fede originaria da parte di ebrei o musulmani convertitisi al cattolicesimo)  raggiungono il loro culmine nel secolo che va dalla metà del Cinquecento alla metà del Seicento. I reati di stregoneria hanno poi un picco tra la fine del XVI secolo e l’inizio dei quello successivo, basti pensare che i processi per tale reato aumentano del 475%! Le cosiddette pratiche stregonesche spesso altro non erano che rituali “magici” (ovvero popolari) per guarire malattie, ritrovare oggetti perduti o conquistare l’amore di una persona, ad esempio.

L’Inquisizione in Friuli venne coordinata da Aquileia, a partire dal 1557. Anche la diocesi di Concordia aveva un suo inquisitore, delegato dall’inquisitore generale di Venezia, che affiancò quello di Aquileia fino al 1575 quando quest’ultimo ebbe giurisdizione anche su Concordia. L’inquisitore, da quel momento, fu unico ma le sedi restarono due.

Quanti furono i friulani che si presentarono davanti al Tribunale? Dai dati d’archivio si evince che le persone coinvolte, tra il 1557 e il 1786, furono 2437 e, contrariamente a quanto si può pensare, solo il 20% era donne. Le pene capitali comminate, in totale, furono 15, di cui 4 effettivamente eseguite (tre in Friuli e una a Roma). Non molte se consideriamo il numero dei processi tenuti, ma sempre in ogni caso troppe. L’ultima condanna capitale eseguita in Friuli fu quella di Domenico Scandella, detto Menocchio (agosto 1599). Chi vive in Friuli e/o ha letto lo splendido saggio di Carlo Ginzburg “Il formaggio e i vermi” conosce molto bene questa figura.

Le persone coinvolte non erano sempre gli umili e quelli che, per varie ragioni che avremo modo di spiegare, venivano lasciati ai margini della società. Tra gli inquisiti illustri vi fu anche un patriarca di Aquileia: Giovanni Grimani (1546-1593), processato a causa della sua adesione alle idee della Riforma.

Alla riscoperta del Castello di Ahrensperg: indagini archeologiche e fasi ricostruttive

Poco tempo fa vi abbiamo fatto conoscere il sito della Grotta di San Giovanni d’Antro, custode della piccola chiesetta omonima. Oggi vi faremo fare un viaggio alla scoperta del perduto castello medievale di Ahrensperg, in località Biacis (Comune di Pulfero). Rivivrete con noi le vicende archeologiche e le recenti fasi di ricostruzione del maniero, un tempo legato alla suddetta grotta e al suo castello (nel precedente articolo, non vi avevamo accennato al fatto che vicino alla grotta di San Giovanni d’Antro, si ergeva un castello del quale non è rimasta alcuna traccia).

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Il castello di Ahrensperg e quelli vicini di Antro, Urusbergo, Zuccola e Gronunbergo (quest’ultimo ubicato sulla riva opposta del Natisone), costituivano un sistema di fortificazioni finalizzato al controllo e alla difesa contro le invasioni da Oriente, dell’antica arteria stradale che collegava Cividale al Norico.

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Ma nel Medioevo, come faceva questa linea difensiva a comunicare l’eventuale pericolo avvistato? Semplice: immaginate questi castelli, collocati in punti strategici in mezzo al verde dei boschi, che durante le notti buie segnalavano il pericolo accendendo uno dopo l’altro un fuoco oppure inviando segnali di fumo durante il giorno, fino a raggiungere la destinazione, in particolare Cividale che fu capitale del Patriarcato d’Aquileia fino al XIII secolo.
Il castello è citato nelle fonti come esistente dal 1251, anche se le indagini archeologiche hanno rivelato una frequentazione del sito già tra il V e l’VIIl secolo. Di proprietà patriarcale («[…] quod castrum Ahrensperg debeat pertineri D. Patriarchae»), fu abitato dai signori di Antro, chiamati in un documento del 1282 «ministeriales ecclesiae aquilejensis». Nel 1306 fu assediato dal Conte di Gorizia e distrutto nel 1364 dal Patriarca Ludovico della Torre, insieme ai castelli di Antro, Zuccola e Urusbergo; a questa distruzione sopravvisse, nella parte nord-ovest dell’area, una porzione dell’elevato di una torre quadrangolare che fu restaurata nel 1927 dall’Italcementi, in occasione della sistemazione del sito per la costruzione della massicciata ferroviaria Tarcetta-Cividale.

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Al 1511 risale la costruzione (probabilmente riutilizzando le pietre del castello) dell’attuale chiesa dedicata ai santi Giacomo ed Anna, presso la quale all’epoca si riunivano la Vicinia di Biacis e la Banca di Antro (o «Banca della 12 di Antro»); quest’ultima era un Consiglio formato da dodici giudici, eletti dai decani della gastaldia, che si riunivano attorno a delle lastre di pietra (o banche) per amministrare la giustizia. Una di queste lastre sopravvive ancora, collocata nel pronao della suddetta chiesa.

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Oggi il proprietario dell’area castellana è il signor Giovanni Pietro Biasatti, il quale ha deciso di ripristinare e ricostruire le strutture del castello per ospitarvi un ristorante specializzato in cucina valligiana, attraendo così turisti curiosi di storia e cucina, e ridando al sito l’importanza culturale che merita.

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Così hanno avuto inizio, nel 2003, le indagini archeologiche ad opera degli studenti del Dipartimento di Storia e Tutela dei Beni Culturali dell’Università di Udine; indagini dirette dalla Prof.ssa Simonetta Minguzzi (docente di Archeologia medioevale) e protrattesi fino al 2011.
Come detto prima, l’unica parte evidente del fortilizio restava la porzione della torre. Tra il 2003 e il 2005 gli scavi hanno interessato la zona antistante la chiesa dei Santi Giacomo e Anna, rivelando le fondazioni di strutture murarie relative al castello e, più a ovest, i resti di un edificio rustico edificato con le pietre del castello in data sconosciuta, in uso sappiamo almeno fino a XIX secolo, e ripristinato tra il 2007 e il 2008.

A partire dal 2009, e fino al 2010, le indagini archeologiche si sono svolte nell’area nord della chiesa, accanto ai resti della torre, riportando alla luce i muri perimetrali, un ambiente seminterrato quadrangolare con la soglia di accesso e quattro scalini semicircolari, e i muri crollati dei due piani sovrastanti.

Nel 2011 si è passati all’analisi dell’interno della torre in vista del suo consolidamento e ripristino, mentre nel 2012 è stata avviata l’opera di ricomposizione del castello, attraverso il ripristino in altezza dei muri crollati, oggi ancora in stato di completamento.

Durante le campagne di scavo sono stati rinvenuti numerosi reperti materiali, interessanti perché in grado di svelarci lo stile di vita degli abitanti del castello: chiodi, colonne decorative di camini, gangheri, frammenti di recipienti in ceramica (risalenti al XIII-XIV secolo) e in vetro, sistemi di chiusura come chiavi e un boncinello, accessori come fibbie, speroni e cuspidi di proiettili per arma da corda.
I reperti saranno esposti presso Casa Raccaro (sempre a Biacis), dove è stata allestita una mostra dedicata all’artigianato di un tempo e agli aspetti rituali e folcloristici del comune di Pulfero.
Un suggerimento, nell’attesa che il castello ritorni a “vivere” e spalanchi le porte a coloro che vorranno assaporare la sua cucina, lasciatevi affascinare dalle fasi di ricostruzione.