Gli stemmi affrescati della Casa dei Capitani (Palazzo Pomo-Varmo)

Chi ha avuto l’occasione di passeggiare per le vie del (piccolo) centro storico di Pordenone almeno una volta, avrà sicuramente notato che molti dei palazzi di corso Vittorio Emanuele II – detto anche Contrada Maggiore – presentano delle facciate completamente affrescate. Molte di queste decorazioni sono andate perdute nei secoli, specie nel passato, quando la sensibilità nei confronti delle tracce del passato non era così sviluppata. Alcuni di questi palazzi versavano in condizioni di semiabbandono fino a pochissimi anni fa. C’è sicuramente ancora molto lavoro da fare ed è lecito nutrire la speranza che, nel prossimo futuro, molte facciate tornino al loro antico splendore.

Da qualche anno è però possibile ammirare un edificio in particolare, la cui ricca decorazione è tornata a risplendere. Mi riferisco alla Casa dei Capitani.

Facciata ovest

Per chi non l’avesse mai sentita nominare, trovarla è molto facile. Con il municipio alle spalle, si prosegue lungo il corso per poche decine di metri: la casa si trova sulla destra, in prossimità di via del Mercato.

Angolo con via Mercato

Non passa di certo inosservata: è infatti completamente affrescata.

La sua posizione ci dice molto circa la sua importanza. Dobbiamo sempre ricordare che, per comprendere appieno un’opera d’arte (di qualsiasi tipologia), bisogna sforzarsi di contestualizzarla nel periodo in cui ha avuto origine. Solo in questo modo la sua interpretazione sarà plausibile. In questo caso, nello specifico, il palazzo si affaccia su quella che nel medioevo era la direttrice principale della città. Inoltre, altro elemento molto importante, l’edificio si trova molto vicino al centro religioso (duomo e campanile) e politico (municipio) della città. Tutto questo non è casuale ma ci dà preziose informazioni circa l’importanza dei proprietari.

L’analisi stilistica degli affreschi che ricoprono le pareti esterne – ve ne sono anche di interni – datano al XV secolo ma, grazie alla campagna di restauri che ha interessato l’edificio tra il 2000 e il 2002, è stato possibile effettuare analisi più approfondite.

Una di queste ha dimostrato che gli strati più profondi di intonaco – riemersi in piccoli lacerti – sono più antichi e recano tracce di combustione. Dettaglio davvero rilevante se consideriamo che Pordenone, nel 1318, subì un devastante incendio. Gli incendi, durante il medioevo, non erano affatto infrequenti. Dovete tener presente che, a parte gli edifici principali (che si riducevano al luogo di culto e ai centri del potere politico), ben poche erano le costruzioni in muratura. La stragrande maggioranza delle città era costruita in legno, motivo per il quale un incendio, per quanto inizialmente circoscritto, poteva divampare e distruggere tutto in pochissimo tempo. Ed è quello che accadde in quell’anno. Vista la devastazione provocata, in seguito alla sciagura vennero date disposizioni affinché le costruzioni fossero in muratura. I documenti ce lo dicono chiaramente. Un notaio, Odorico, riferisce che da quel momento:

omnes inceperunt laborare de muro, quia antea domus erant quasi omnes de lignamine

Se notate, i palazzi più antichi che danno sul corso hanno, generalmente, facciate piuttosto strette. Questo è dovuto al fatto che, in età medievale, si prediligeva sviluppare gli edifici in lunghezza. I palazzi con larghe facciate sono posteriori o per costruzione o per rifacimento (ad esempio Palazzo Ricchieri, nato con una facciata piuttosto ridotta, inglobò edifici vicini e si “allargò” in seguito).
Anche la casa dei Capitani risponde a questo stile.

Gli affreschi che riempiono la facciata non hanno una funzione esclusivamente decorativa ma, come al solito, ci “parlano”.
Guardate la facciata che dà sul corso. Cosa vedete? Partendo dall’alto, ci sono due finestre di cui una bifora. Al di sotto notiamo invece altre tre finestre bifore, di forma diversa rispetto a quelle superiori. Tra i due registri di finestre ci sono tre stemmi. Quello centrale, per chi si intende anche minimamente di araldica, forse è familiare.

Ma andiamo con ordine.

Il primo stemma che troviamo, partendo con la nostra lettura da sinistra verso destra, è parzialmente rovinato. Si trova sull’estrema sinistra, al di sotto della finestra singola, e rappresenta un edificio religioso dalla prospettiva incerta.

Stemma Baumkirchen

Si tratta del simbolo araldico della famiglia dei Baumkirchen. Che ci fa su un palazzo pordenonese lo stemma di una famiglia tirolese? I Baumkirchen  erano una famiglia nobile legata alla corte ducale di Graz. Avevano diversi interessi nella nostra regione tanto che abbiamo loro testimonianze nel Carso e anche nella valle del Vipacco, attualmente in Slovenia. La famiglia era legata a quella degli Asburgo e proprio loro è il secondo stemma, quello centrale.

Stemma Asbrugo
Stemma Asbrugo

In quel periodo (gli affreschi, lo ricordiamo, sono del XV secolo) gli Asburgo dominavano la città tramite un capitano che risiedeva nel castello (il quale ha una posizione un po’ defilata rispetto alla zona di cui stiamo parlando) e che, la maggior parte delle volte, proveniva proprio dall’Austria anche se è capitato che venisse scelto tra la nobiltà locale. Il capitano aveva poteri militari e politici. Quelli amministrativi e giudiziari erano invece detenuti da un podestà che aveva, in ultima analisi, il compito effettivo di amministrare la città.

L’ultimo stemma infine, quello che si trova più a destra, appartiene alla famiglia San Daniele.

Stemma San Daniele

 

Riassumendo, il significato dello stemma degli Asburgo dovrebbe essere piuttosto evidente. Meno forse, lo è la presenza, in un edificio pordenonese, degli stemmi dei Baumkirchen e dei San Daniele (in seguito Varmo). In realtà la spiegazione è semplice: la prima famiglia annovera almeno un capitano, mentre la seconda un podestà. C’è di più: la posizione stessa degli stemmi rispetta una precisa gerarchia araldica per cui il posto più importante (il capitano) è a destra (ovvero a sinistra per chi guarda). Viene ragionevolmente da concludere che gli affreschi risalgano a una data in cui a Pordenone ci fu un capitano Baumkirchen e un podestà San Daniele. Possibile? I documenti che sono giunti fino a noi non ci dicono, nero su bianco, la data precisa ma ci possiamo arrivare per esclusione, incrociando i dati: l’anno dovrebbe essere il 1436 e, come già ricordato, l’analisi stilistica ci conferma che è una data più che plausibile.

A tu per tu con la “Casa dipinta” a Spilimbergo

Quando abbiamo deciso di intraprendere il viaggio di vienichetiporto, ci siamo rese conto sin da subito che quello che volevamo raccontare non doveva avere nulla a che vedere con guide turistiche ufficiali o depliantistica promozionale. Ci siamo dette sinceramente che ci sarebbe piaciuto descrivere il Friuli Venezia Giulia e le sue bellezze e peculiarità, con i nostri occhi e il nostro cuore (messo pure nero su bianco come sottotitolo del blog!), cercando di coinvolgere anche occhi e cuori “amici”.

Insomma, è nostra intenzione quella di rompere gli schemi tradizionali, cambiare rotta, “deviare” dai soliti cammini già tracciati e osservare le cose da altri punti di vista e da altre prospettive, come ad esempio ammirare gli affreschi della meravigliosa Casa Dipinta a Spilimbergo, standosene comodamente seduti nella “sezione Friuli” dell’adiacente Biblioteca Civica Bernardino Partenio.

Casa dipinta

Quando si osserva questa abitazione cinquecentesca, caratterizzata da un portico con tre arcate a tutto sesto in facciata e una su ambo i lati, collocata a ridosso della Torre Orientale (risalente al 1304 e facente parte della prima cerchia muraria dell’abitato di Spilimbergo), non si può far altro che osservarla con il naso all’insù. Ma un modo per poterla ammirare molto da vicino e quasi alla stessa altezza c’è ed è quello di entrare nell’edificio a destra (se si guarda la facciata della Casa Dipinta), ossia a Palazzo Lepido.

Casa dipinta

Dopo aver varcato l’atrio dell’attuale sede della Biblioteca Civica di Spilimbergo (capofila del Servizio Bibliotecario Convenzionato dello Spilimberghese e detentrice di un patrimonio librario e digitale di più di 60.000 unità) ed aver raggiunto la “sezione Friuli” collocata al secondo piano, non sarà difficile rendersi conto di trovarsi davvero a tu per tu con gli affreschi che prima ammiravamo dal basso.

Casa dipinta

Casa dipinta

Il primo registro decorativo, partendo dall’alto, possiede i soggetti meglio conservati raffiguranti – da sinistra a destra – il Ratto di Deianira, il Centauro Chirone e probabilmente un rappresentante (o un paggio) con la livrea della casata degli Spilimbergo.

Casa dipinta

La fascia sottostante è caratterizzata da un motivo geometrico composto da fogliame e racemi, inseriti in un modulo quadrato che si ripete per sette volte con la sola variazione di colore. Di seguito, in corrispondenza delle finestre di quello che potrebbe considerarsi il piano nobile, vi sono altre due scene che descrivono due fanciulli ed Ercole che lotta contro il leone.

Casa dipinta

Le quattro aperture presenti potrebbero non essere originarie, ma magari appartenenti ad epoche successive, visto che non si inseriscono perfettamente negli spazi definiti dagli episodi narrati (è il caso della figura del leone che appare bruscamente troncato) e appaiono del tutto prive di cornice che le riquadrano, come invece sono le finestre del primo registro dall’alto (due delle quali occluse). Infine, in corrispondenza dei tre archi, troviamo una fascia decorativa ad imitazione dello stucco, caratterizzata da una ripetizione di ovali incastrati tra due trabeazioni sorrette da lesene dipinte che poggiano sui capitelli delle colonne del portico.

È possibile che la committenza provenga da uno dei membri degli Spilimbergo di nome Ercole (forse Ercole di Francesco documentato nel 1519), il che spiegherebbe la scelta del soggetto raffigurante proprio alcuni episodi della vita dell’eroe greco. Deianira infatti, rappresentata in groppa al centauro Nesso, fu la seconda moglie di Ercole: dopo il matrimonio e la loro lunga permanenza a Calidone (paese originario della giovane), i due lasciarono la città. Per strada si imbatterono nell’essere mitologico che tentò di rapire e violentare la donna. Ma nonostante la sua armatura fatta di arco e frecce (ben visibili nell’affresco), fu ucciso dal valoroso semidio.

IMG_1852 Ratto di Deianira

Simmetricamente questa scena, vi è un altro centauro, il sapiente Chirone, nato immortale dal dio Crono e da Filira, figlia d’Oceano. Era molto amico degli uomini, saggio e benevolo, insegnava la musica, l’arte della guerra e della caccia e la medicina (era anche un famoso medico). E fu anche maestro di Ercole, ma quando questi si trovò a combattere con i centauri, una freccia venne scagliata per sbaglio contro l’amico mentore il quale però non poté curare se stesso perché le ferite causate dalle frecce di Ercole erano inguaribili, tuttavia non gli venne permesso neppure morire vista la sua condizione di immortale. Allora Prometeo si offrì di cedergli il suo diritto alla morte dando così a Chirone la possibilità di trovare riposo. Nella scena affrescata lo vediamo raffigurato con la lancia e lo scudo, forse chissà magari al fianco di Ercole nell’atto di sconfiggere i centauri.

Centauro Chirone IMG_1855
L’ultima scena individuabile è la lotta di Ercole con il Leone di Nemea, nella quale, anche se purtroppo mutila del volto dell’animale, il leggendario eroe cerca di soffocare e uccidere con le sue stesse mani la terribile belva, la cui pelle divenne un mantello invincibile agli attacchi degli altri uomini.

Giovani    Ercole e il leone

“Colui che cerca con curiosità scopre che questo di per sé è una meraviglia”

disse l’artista olandese Maurits Cornelius Escher, e noi non possiamo che condividere il suo pensiero, continuando a cercare con curiosità, ad alzare lo sguardo, a fermarci a guardare, a non percorrere le stesse vie, ad osservare da angolazioni nuove, senza smettere di farci sorprendere dalla bellezza di questa regione, giorno per giorno tutta da raccontare.

Una mattina d’estate tra il silenzio e i colori del borgo di Poffabro

Benvenuti a Poffabro

Il piccolo e suggestivo abitato della Val Colvera (Pn) – caratterizzato da un’architettura spontanea fatta di ballatoi e scale di legno, sostenuti da murature in pietre arenarie o calcaree – nel 2002 è stato annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”. Reso celebre anche grazie all’iniziativa natalizia “Poffabro presepe tra i presepi” nata nel 1997, il paese è da molti anni una nota meta turistica, soprattutto nel periodo estivo e appunto, invernale.

Case tipiche                 Case tipiche

E se invece si andasse a fare un salto in un giorno qualunque di fine giugno? Lo stupore e la meraviglia di camminare immersi in chiazze di colore che vanno dal bianco al fucsia, passando per l’azzurro e il viola vivace delle ortensie cresciute spontaneamente, ci coglieranno di sorpresa, lasciandoci davvero a bocca aperta!

ortensie varie      Ortensie rosa ortensie misto rosa      Ortensie fucsia

Un vero e proprio itinerario floreale traccia quasi un percorso lungo le vie del paese, rendendo tutto ancora più suggestivo.

Ortensie e chiesa San Nicolò           Ortensie per le strade del borgo

Ortensie rosa e azzurre

Ortensia azzurra

Come su tavolozze ultimo verde
son queste foglie, secche, opache e ruvide
dietro le infiorescenze che un azzurro
non hanno in sé, ma da lontano specchiano.
Nebuloso lo specchiano e inesatto
Come se già volessero riperderlo,
e come vecchia carta da lettera celeste
d’un tempo, hanno in sé il grigio, il viola e il giallo,
stinti, come un grembiule dell’infanzia,
smesso ormai, cui più nulla accade: senti
la brevità di una piccola vita.
Ma a un tratto in una delle infiorescenze
sembra il colore avvivarsi e si vede
un commovente azzurro rallegrarsi del verde.

(R. M. Rilke)

Ortensia rosa

Chi immaginò quel rosa? Chi seppe anche
che in questi globi era raccolto?
Come cose indorate che si adorano
smorzando adagio il rosso, quasi consumandolo.
Se per un rosa simile nulla chiedono in cambio,
resta per loro e dall’aria sorride?
O l’accolgono dolcemente angeli
Quando come un profumo donandosi svapora?
O forse alla sua sorte l’abbandonano
Perché mai sappia che cos’è sfiorire.
Ma sotto questo rosa un verde era in ascolto
Che ora appassisce e tutto sa.

(R. M. Rilke)

E dopo aver raggiunto la piazza principale, nella quale svetta la scalinata che conduce alla seicentesca chiesa di San Nicolò, si ha la possibilità di farsi avvolgere ancor più dalla natura, affacciandosi alla terrazza che ci regala un panorama incantevole.

Fontana della piazza

panchina  panorama terrazza

Le panchine attorno alla fontana ci consentono di riposare un po’ prima di riprendere il cammino verso “il silenzio”. A poco più di un chilometro dal centro di Poffabro dista infatti il monastero benedettino di Santa Maria, immerso nel verde e nella quiete. Se ci si aspetta un monastero dal consueto impianto medievale, beh, si rimarrà “delusi” perché non è questo il nostro caso: il complesso monastico è stato fondato nel 2002 ma gode di “tutti i privilegi e le grazie spirituali di cui godono legittimamente i monasteri di detto Ordine”.

Monastero Santa Maria

E infatti, oltre ad essere votate alla preghiera, all’accoglienza e all’ascolto del prossimo, le monache assolvono anche al terzo compito della regola benedettina ossia il lavoro. Con i prodotti del bosco e dell’orto che coltivano realizzano confetture, creme, unguenti, tè e tisane che vendono così da poter ricavare il sostentamento della loro attività.

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca

(C. Chaplin)

Monastero Santa Maria
Località Taviela, 5
33080 – Poffabro (Pn)
http://www.monachedipoffabro.it/

Passo Volaia: camminata per i “sentieri della pace e della memoria”

«Echeggia malinconica una luce di stelle, alle remote meravigliate cime della Carnia» (Pier Paolo Pasolini)

E “remoto” è proprio il luogo di cui oggi vi voglio parlare: il Passo Volaia (Comune di Forni Avoltri). “Remoto” perché si trova proprio al confine tra Austria e Italia, a 1977 m. Si raggiunge seguendo il sentiero n. 144 che parte dal Rifugio Edoardo Tolazzi (1350 m).

Si tratta di un sentiero inizialmente immerso nel bosco, ma poi conduce verso il cielo aperto e la pura roccia, permettendo così di osservare il meraviglioso panorama della valle sottostante.

Il percorso è di media difficoltà e lo si termina in 1h e 40 circa (ovviamente i bravi “marciatori” riusciranno a portarlo a termine anche prima!!!). Capirete di essere quasi arrivati, non appena raggiungerete una postazione che vi consente di fermarvi un attimo e riempire la borraccia di freschissima acqua di montagna. IMG_3364Proseguendo lungo il sentiero raggiungerete il Rifugio Lambertenghi – Romanin, dedicato a due soldati che qui morirono durante la Prima Guerra Mondiale. Presso il Rifugio si può sostare per riprendere le energie, per mangiare, bere un caffè, e anche alloggiare per una o più notti. IMG_3470 Dietro il rifugio, tra i Monti Capolago (Seekopf) e Coglians, finalmente si apre il valico del Volaia, davanti al quale si rimane ad occhi spalancati: uno “spettacolo della natura”. IMG_3412 IMG_3356

Irradiato dal sole, si manifesta il lago Volaia (Wolayersee) di un meraviglioso colore blu, al di là del quale, dritti davanti a noi, si intravede il Rifugio austriaco. Sulla destra, invece, si rimane stupiti (e anche “intimoriti”) dalla possente cima rocciosa di Lastrons del Lago. Davanti a questa titanica massa rocciosa, il primo pensiero è rivolto alle meraviglie ed alla grandezza della Natura, che si manifesta in tutta la sua potenza rendendo l’uomo inerme. IMG_3438 Scendendo verso le sponde del lago, potrete trovare refrigerio entrando a piedi nudi nell’acqua. Ovviamente il più temerario riuscirà anche a farsi un tuffo!. IMG_3436

Il luogo non si limita a regalarci uno spettacolo naturalistico, ma ci offre anche tracce di storia risalenti al periodo della Grande Guerra. Infatti, il passo fu conteso tra l’esercito tedesco e quello italiano, i quali volevano stabilirvi la propria postazione di controllo e difesa da eventuali attacchi nemici. Come andò a finire? I tedeschi occuparono il posto il 23 maggio 1915 e, poche settimane dopo, nella notte tra il 10 e l’11 giugno il passo venne rivendicato dell’esercito italiano, il quale lo difese strenuamente fino alla disfatta di Caporetto (1917).

È difficile immaginare come poteva essere la vita dei soldati quassù: pensate durante l’inverno, nascosti nelle trincee a sparare colpi di mitragliatrice nel gelo, con le valanghe che contribuivano a peggiorare la situazione e a creare ancora più morti. Il passo merita di essere visitato, proprio per rivivere le fatiche di quei soldati morti per difendere la nostra terra!

Il castello di Partistagno

Il Friuli Venezia Giulia è una terra ricca di castelli. Ce ne sono davvero tantissimi: alcuni sono stati abbandonati e sono semplicemente delle rovine, alcuni sono tuttora abitati e altri, infine, sono stati restaurati e adibiti a musei o convertiti in luoghi di cultura.È questo il caso del castello di Partistagno, oggetto di restauri negli anni scorsi, e attualmente visitabile.

Questo castello si trova in provincia di Udine, tra Attimis e Cividale. Nei dintorni ci sono altre costruzioni fortificate che avevano uno scopo difensivo. Il castello di Partistagno in effetti non è in una posizione così startegica come quello di Attimis (più a nord) o di Faedis (a sud) e ciò ha fatto pensare che la sua fosse una funzione prevalentemente amministrativa. Il nome, Partistagno, è di origine incerta. La prima attestazione risale a un documento del 1096. Il castello è precedente e venne forse costruito dai signori di Attimis. Venne distrutto una prima volta già nella prima metà del XIII secolo e poi ricostruito. Nei secoli successivi il complesso venne ampliato e rimaneggiato.


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Se decidete di fare un salto, vi consigliamo di optare per la domenica per usufruire della possibilità di avere la guida. Avendo subito numerosissimi restauri, alcuni anche sul finire del secolo scorso, non sempre tutti rispettosi delle strutture preesistenti, è facile non cogliere alcuni particolari che, sebbene molto evidenti, tanto raccontano di questa struttura.

Le guide sono molto preparate e sapranno richiamare la vostra attenzione su ogni minimo dettaglio degno di nota.

Come già anticipato, la vicenda costruttiva del castello è alquanto travagliata. Delle strutture attualmente esistenti, la più antica è probabilmente la torre fortificata: un edificio quadrangolare la cui funzione era certamente difensiva dato lo spessore dei muri (1,5 m) e la presenza di feritorie. Anche questa torre ha subito modificazioni non da poco. Se entrate all’interno noterete una struttura molto recente – una specie di forno – che ha una funzione forse didattica. Non vogliamo nemmeno indagare le motivazioni che hanno portato alla sua edificazione. Sta di fatto che di storico o verosimile non ha nulla, nemmeno la posizione.

Originali – e plausibili – sono invece i fori che vedete sulle pareti sollevando un po’ la vista: si tratta degli alloggiamenti per le travi che sostenevano il tavolato che fungeva da pavimento per il piano rialzato.

Torre fortificata
A ridosso della torre potete notare una piccola chiesetta.
Castello di Partistagno Chiesa
La facciata, lo diciamo subito, è ottocentesca (c’è addirittura una targa che ce lo conferma) ma l’edificio è antico. Lo si capisce non appena entrati quando noterete, forse con una certa sorpresa, che l’aula è “storta”. L’abside infatti non fronteggia perfettamente l’ingresso e questo ci suggerisce che in origine la chiesa avesse un orientamento leggermente diverso. È anche possibile che, entrati nella chiesetta di Sant’Osvaldo – questa è la sua dedicazione – la sua forma irregolare non sia stata la prima cosa che vi ha colpiti. Non stupirebbe infatti se la vostra completa attenzione fosse stata piuttosto catturata dagli splendidi affreschi che decorano il catino absidale e che, per ricchezza e vivacità di colori, contrastano nettamente con l’aspetto spoglio e umile del resto dell’edificio.


abside internoAffreschi abside
Le foto non rendono minimamente l’idea della bellezza di questi affreschi, attribuiti alla cerchia di Vitale da Bologna.

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Il vandalismo – per fortuna o purtroppo – non è un fenomeno che riguarda solo la nostra epoca. Se vi avvicinata alla figura sulla destra, potete notare come un “devoto” del XVII secolo abbia ritenuto fondamentale segnare il suo passaggio in questa chiesa. Un’altra testimonianza è visibile anche sulla sinistra. Il registro inferiore dell’abside è decorato con un affresco che imita il marmo (pietra molto costosa quanto pregiata).
Vandalismi

L’altro edificio, quello residenziale, è stato certamente riadattato nel XV secolo. Ne sono un chiaro esempio le ampie finestre di gusto veneziano (ricordiamo che la Serenissima prese il controllo sul Friuli a partire dal 1419) e i grandi spazi aperti. Durante il periodo medievale, grandi “buchi” sul muro rendevano questo più debole in caso di attacchi. Con la definitiva presa di potere da parte di Venezia, la zona in cui sorge il castello di Partistagno non rappresentava più un’area delicata o strategica. Anzi, il luogo era così tranquillo che si rivelò ben presto poco utile una presenza stabile e il castello venne progressivamente abbandonato.

I restauri recenti hanno consentito di mantenere i resti di alcune strutture davvero particolari e tipiche del periodo medievale e moderno.

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Sospensioni chiassetto

Come potete vedere dalla foto, affacciandosi dalla finestra che dà sulla vallata, vedrete sporgere dal muro delle pietre. Sono i resti di mensole necessarie a sostenere una struttura lignea sporgente alla quale si accedeva tramite un’apertura nella parete e che era forata nella parte inferiore. A cosa serviva? Vi ricordate la novella di Andreuccio da Perugia nel Decameron di Boccaccio? Ad un certo punto della storia, Andreuccio ha una comune urgenza fisiologica…

[…] e richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell’uno de’ canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:

– Andate là entro. –

Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n’andò quindi giuso: e di tanto l’amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s’imbrattò.

Ebbene sì, quello che potete ammirare è ciò che resta del “bagno” del castello. Se ci fate ben caso, in effetti, al di sotto di questa struttura c’è uno strapiombo ed era quindi il luogo più adatto in cui far confluire quella che Boccaccio definisce “bruttura”. Questa “stanza” sporgente doveva assomigliare a quella raffigurata in questo manoscritto del Decameron del XV secolo, conservato alla Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi:


Chiassetto
Tutti – o quasi – i segreti del castello vi verranno svelati dalle guide se deciderete di effettuare la visita accompaganti da loro.
Per avere maggiori informazioni dovete rivolgervi al Museo archeologico medievale di Attimis.

La chiesetta “incastonata” nella roccia

Oggi sentiamo molto parlare dell’impatto ambientale delle nuove architetture, della loro capacità, o meno, di integrarsi con il paesaggio circostante. Con questo non voglio entrare nel merito della questione e nemmeno creare dibattiti; a ognuno la propria opinione. Oggi voglio solo raccontarvi di un luogo affascinante, ricco di storia e bellezze naturali, un luogo che è il simbolo della coesione tra opera dell’uomo e natura: la chiesetta di San Giovanni ad Antro (in Comune di Pulfero).

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Si tratta di un luogo “incastonato” nella roccia, un’opera architettonica che si armonizza perfettamente con l’ambiente circostante, tanto da sembrare mimetizzarsi con esso.
La chiesetta è costruita all’interno di una grotta, alla quale anticamente si accedeva solo arrampicandosi a delle corde, oppure utilizzando scale di legno che all’occorrenza potevano essere ritirate rendendo il luogo inespugnabile. Oggi la si raggiunge attraverso una scalinata esterna di ottantasei gradini, addossata alla parete rocciosa.

L’entrata della grotta, e quindi la chiesetta, sono precedute e protette da strutture murarie che si fondono con le sagome naturali della roccia.

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Salita la ripida scalinata esterna, si giunge a una terrazza panoramica dalla quale parte un’altra, ma questa volta breve, rampa di scale che conduce sulla destra a una loggetta, probabilmente di epoca longobarda (ricordata nel XIII secolo come cappella di Santa Maria Maggiore in Antro, mentre nel XVII secolo come Santa Maria Antiqua).

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Adiacente alla loggetta, si trova la chiesetta intitolata ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, la quale fu costruita nel 1477 dal maestro Andrea di Lack con l’aiuto di un certo Giacomo, seguendo i canoni dello stile tardo gotico (i loro nomi appaiono scritti a caratteri gotici su una lapide collocata alla parete destra del santuario, vicino alla loggetta): le arcatelle gotiche parietali sono delineate da costoloni che si intrecciano nelle volte creando delle forme a stella. Tutti i nodi che si vengono a creare da questo intreccio sono decorati da clipei recanti diverse raffigurazioni (sole, luna, rosa, scudo, mentre i centrali una Madonna col Bambino e un Cristo benedicente). Curiosi sono anche i vari personaggi scolpiti nelle mensole che sorreggono i costoloni.

L’intervento del maestro Andrea di Lack consistette nel rifacimento di un santuario già esistente; pare infatti che in antichità la grotta fosse stata sede di un culto pagano delle acque, soppiantato poi dal culto dei primi cristiani, come si può dedurre da alcuni simboli affrescati nella parete dell’abside (palme e ruote “cigliate”), ma anche dalla raffigurazione del Velo della Veronica, posto sulla parete sinistra della grotta, appena entrati.

Successivamente, prima dell’arrivo dei Longobardi, la grotta sarebbe diventata la sede di una fondazione monastica bizantina, mentre in epoca carolingia, sarebbe stata abitata da un diacono eremita di nome Felice. Ma la storia di questo luogo non termina qui. Proseguendo all’interno della grotta, oltre l’altare ligneo di scuola slovena, realizzato tra il XVII e il XVIII secolo dal maestro Bartolomeo Ortari di Caporetto, inizia il percorso speleologico tra stalattiti, stalagmiti e vaschette fossili, che ci riporta di molto indietro nel tempo, fino all’età neolitica, quando i nostri primitivi antenati cercarono rifugio proprio qui dentro.

Ma prima dell’uomo, anche molti animali trovarono riparo all’interno della grotta, tra i quali l’orso delle caverne, di cui è stata allestita una magnifica riproduzione.

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E se anche anche voi cercate un rifugio dalla solita vita caotica di tutti i giorni, vi consiglio si visitare questo luogo che dal punto di vista storico, geologico e architettonico ha molto da raccontarci; un luogo tranquillo, isolato e suggestivo, capace di far ritrovare a ognuno di noi il proprio lato spirituale.

La pieve di San Vigilio

Oltre la zona industriale di Porcia (PN), proseguendo verso Pieve, ci imbattiamo, quasi inaspettatamente in un gioiellino architettonico molto antico.

Lato nord

Si tratta della Pieve di San Vigilio. La fondazione data al VI secolo e gli archeologi che hanno effettuato le campagne di scavo non escludono che l’originario edificio longobardo possa essersi addirittura insediato su una struttura preesistente.

Come tutte le pievi – strutture autonome e tipiche del paesaggio rurale altomedievale – ha, fin dalle origini, una funzione battesimale. Forse già attorno all’VIII secolo assume le tipiche forme dell’architettura longobarda. Questo particolare è molto interessante perché denota la presenza, nella piccola Palse, di una committenza attenta a quelli che erano i dettami dell’arte contemporanea e la volontà di adeguarvisi.

In origine le pievi disseminate sul nostro territorio dovevano essere molto più numerose, ma eventi storici traumatici, quali ad esempio le invasioni ungariche, ne hanno ridotto considerevolmente il numero. Oggi rimangono tuttavia alcuni esempi, seppur molto rimaneggiati ovviamente, alcuni dei quali presentano inconfondibili tracce di fortificazioni difensive.

San Vigilio si trova in una posizione rialzata nei pressi del torrente Valbruna, circondata da mura e con una torre posta a guardia dell’accesso.

Campanile campanile

L’abitato che sorge attorno venne costruito in seguito.

Quella che possiamo ammirare oggi non è naturalmente la pieve originaria. Essa ha subito numerosi rimaneggiamenti e ampliamenti già a partire dal periodo tra XI e XIII secolo. Possediamo infatti un documento (una bolla papale) del 23 marzo 1187 in cui papa Urbano III prende la Diocesi di Concordia sotto la sua protezione. In tale documento viene anche nominata la plebem de Pausis.

Gli affreschi dell’interno, su cui tornerò tra breve, sono datati alla metà del XIII secolo circa.

Com’era strutturato originariamente, quindi, questo complesso?

Probabilmente all’inizio la Pieve di San Vigilio si presentava come un semplice edificio a pianta rettangolare, con abside verso oriente (ovvero orientato secondo la tradizione, more antiquo). L’abside che oggi possiamo vedere è di certo successivo, costruito inizialmente con tre cappelle absidali, ricondotte a una unica successivamente.

Veduta esterna dell'abside

Il declino delle pievi inizia già nel XIII secolo e perdura almeno fino a tutto il XVIII. Questa cosiddetta crisi non risparmia neanche la nostra chiesetta e ne siamo certi grazie ai resoconti delle numerose visite pastorali che si sono succedute nei secoli: la maggior parte denuncia lo stato di degrado e abbandono in cui versava la pieve.

Uno storico locale, Pujatti, in un suo studio sull’edificio, menziona una prima notizia di lavori di ristrutturazione intorno al 1478. Tali rifacimenti si sarebbero rivelati necessari a causa dei danni apportati dalle scorrerie turche, le cui devastazioni sono confermate anche da Degani. Lo studioso non cita tuttavia la fonte da cui trae questa notizia e pertanto non possiamo essere certi della sua veridicità.

Quando Prè Bernardo Fabris, parroco della chiesa, muore nel 1515, la pieve versa in pessime condizioni, tanto che i pievani le preferiscono la vicina San Martino.

Solo qualche decennio dopo, nel 1584, monsignor Cesare De Nores visita la chiesa, che in quel momento non è più sacramentale. La sua descrizione è importante per ricostruire la storia architettonica dell’edificio: al suo interno, in quell’anno, ci sono 4 altari, di cui uno dedicato a San Vigilio.

Il vescovo dispone che l’altare maggiore venga ingrandito e che i più piccoli vengano distrutti. Grazie a questa preziosa fonte, siamo anche a conoscenza delle misure della chiesa in quell’anno: “longitudino 73 pedus, latitudino 27 pedus”. Com’è facile immaginare, le notizie d’archivio come questa, congiunte alle evidenze archeologiche, sono fondamentali per ricostruire con una buona dose di sicurezza la vita e le trasformazioni della chiesa.

Ancora nel 1599, monsignor Michele Sanudo (altra visita pastorale) trova la chiesa in condizioni di grave abbandono.

I documenti ci confermano che nel XVIII secolo la chiesa ha tre altari dedicati a: San Vigilio Martire, San Giovanni Battista e Vergine di Loreto. Dal 1764 poi, vicino a quest’ultimo, ne è stato eretto un altro dedicato a San Francesco.

I lavori di manutenzione proseguono durante tutto il XVIII secolo. Forse è proprio all’inizio del Settecento che viene rifatta la facciata che oggi presenta degli elementi piramidali e una finestra semicircolare.

Facciata                            Facciata

Sicuramente di quel periodo sono le finestre attuali che soppiantano le antiche, visibili solo come tamponamento sui muri.

Infine, un documento del 1873 ci riferisce che purtroppo, in quell’anno la pieve viene definita “vecchia chiesa quasi abbandonata”.

Abbiamo detto che la pieve, come struttura, ha una funzione che all’inizio è prettamente battesimale. Dobbiamo però ricordare che dal 1596, con l’introduzione del Rito Romano, per celebrare questo sacramento non è più necessaria l’immersione in una vasca. I cambiamenti dottrinali influenzano quindi anche quelli architettonici. Prima di quella data, le chiese o pievi avevano un fonte in cui potersi immergere (una vasca vera e propria). E c’è dell’altro: il fonte non poteva essere addossato ai muri perché, secondo l’antico rito, bisognava poterlo percorrere tutt’attorno per sette o nove volte.

Essendosi semplificato molto il rituale del battesimo (i cui gesti assumono una valenza simbolica) si diffonde anche un nuovo tipo di fonte battesimale, che ha la forma di un calice all’interno della cui conca in pietra è generalmente collocata una conca in rame. Sopra questo tipo di struttura viene di solito posta una copertura. Ce ne sono diversi esempi in Friuli Venezia Giulia. Per farsi un’idea della loro forma, possiamo prendere come esempio quello della Chiesa di Valvasone (foto) che tuttavia manca della copertura in rame (la quale apparirebbe come una sorta di cupola, volta a coprire il fonte stesso).

Fonte Valvasone

Tali fonti battesimali si trovano per lo più in una cappella posta all’inizio dell’aula e sono chiusi da cancelli. Le prescrizioni del vescovo Sanudo, in visita nella pieve nel 1620, ci fanno ragionevolmente supporre che anche a San Vigilio ci fosse un cancello in quanto il vescovo ordina che il fonte

“sia serrato subito con chiave, nel quale di faccia una caldaia et coperto di rame biparito, forata la pietra.”

Se entrate nella chiesa, effettivamente nella cappella dedicata al fonte, è ancora possibile vedere la presenza dei cardini del cancello.

Gli affreschi che potete ammirare sul lato nord sono stati datati al XIII secolo, come già ricordato. Si tratta di un’Ultima cena affiancata da un San Cristoforo (molto danneggiato e a malapena visibile) e da altri lacerti in cui è possibile individuare una testa di Santo. Sulla parete sud è presente un sedile in muratura (assente sulla parete nord in cui, probabilmente, era sostituito da uno in lego data la presenza di mensole in pietra per sorreggerlo). Anche in questa parete gli affreschi sono rovinati. Si può intravvedere un San Niccolò in abiti vescovili con due figure femminile accanto (una devota e una santa). Si può riconoscere anche la presenza di San Pietro perché sono visibili le chiavi e di un probabile Cristo barbuto.

Per quanto riguarda l’abside, le decorazioni raffigurano la Vergine del Loreto e San Giovanni Battista e sono datati al XVII secolo.

Prima di lasciare questo luogo così ricco di memoria e che tanto ha da dirci attraverso le sovrapposizioni stilistiche che lo caratterizzano, date un’occhiata ai muri esterni. Sono apparentemente anonimi ma, sul lato nord, ci sono due elementi lapidei che probabilmente sorreggevano la mensola per una struttura lignea che si addossava alla chiesa. Sappiamo che si trattava di una costruzione in legno perché non ci sono tracce archeologiche che qui, in questo punto dell’edificio, vi siano mai state altre costruzioni in muratura. A ben guardare, anche la parete esterna del lato meridionale ci riserva una sorpresa: lacerti molto labili di affreschi presumibilmente del XV secolo nonché varie finestre tamponate.

All’esterno della chiesa sorge un piccolo cimitero, ancora utilizzato. Risale al 1620, così come la costruzione della piccola cinta muraria che cinge l’intero complesso.

Cinta

Se desiderate visitare la Pieve, vi consiglio di fare una telefonata prima di mettervi in marcia. La pieve infatti non è solitamente aperta e ha orari molto ridotti. C’è però un custode che verrà sicuramente incontro alle vostre richieste.

Abside e ingresso cimitero

Nota bibliografica:

Altan M.G.B., Nascita e sviluppo dei borghi fortificati, in T. Miotti, Storia ed evoluzione dell’arte delle fortificazioni in Friuli, Del Bianco, Udine, 1981.

Bertelli G., La pieve di S. Vigilio di Palse (Porcia – Pordenone) : dati preliminari sulle fasi cronologiche e sullo sviluppo iconografico in età paleocristiana e altomedievale in Paolo Diacono e il Friuli altomedievale (sec. VI-X). Atti del XIV Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Cividale del Friuli – Bottenicco di Moimacco 24-29 Settembre 1999, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto, 2001.

Degani E., La diocesi di Concordia, Paideia, Brescia, 1977.

De Vitt F., Istituzioni ecclesiastiche e vita quotidiana nel Friuli Medioevale, Deputazione di storia patria per le Venezie, Venezia, 1990.

Goi P., La pittura a Porcia dal Duecento al Novecento, Porcia: comune, 1989.

Marchetti G., Le chiesette votive del Friuli (a c. di G.C. Menis), Società filologica friulana, Udine, 1992.

Menis G.C., La pieve in Friuli, (Atti del convegno tenuto a) Camino al Tagliamento: Biblioteca, 1984.

Peressini M., La diocesi di Concordia-Pordenone nella Patria del Friuli: sviluppo storico-giuridico, L.I.E.F., Vicenza, 1980.

 

La Dott.ssa Paola Voncini ha dedicato la sua tesi di laurea, consultabile presso la Biblioteca del Seminario di Pordenone, alla Pieve di San Vigilio. In sitografia segnaliamo un suo contributo.

 

Sitografia:

http://www.palse.org/files/palse-l-anticatorre-di-svigilio.pdf

http://www.palse.org/files/palse-lapievedisvigilio.pdf

http://www.palse.org/files/2013-SanVigilio.pdf