Il borgo sospeso nel tempo: girovagando per Venzone

Lungo l’antica via Julia Augusta (l’importante strada che collegava Aquileia con i paesi a nord delle Alpi), dopo aver passato Gemona, a un certo punto in lontananza potrete ammirare l’antico borgo medioevale di Venzone che, con la possente cinta muraria e le accentuate forme del suo Duomo, si staglia contro le montagne che gli fanno da sfondo.

IMG_3071

Il borgo di Venzone ha origini antichissime, ma il nome, così come lo conosciamo oggi, compare per la prima volta in un diploma imperiale del 1001. Il suo fascino e la sua bellezza risiedono nei blocchi di pietra con i quali è stato costruito, e ri-costruito dopo il terremoto del ’76: ancora oggi infatti, grazie ad un meticoloso lavoro di ricostruzione “pietra su pietra”, sopravvivono le antiche fattezze medioevali. Un consiglio: non addentratevi nel borgo seguendo le vie principali, ma iniziate col percorrere le strade che costeggiano le mura. Vi emozionerete di certo al pensiero che quei blocchi di pietra risalgono al 1258, quando il feudatario Glizoio di Mels decise di fortificare il borgo, facendo erigere una doppia cinta muraria con torri e fossato d’acqua.

IMG_1192

Il gioco di ombre e di luci che le pietre disposte una sull’altra riescono a creare, conferiscono quella semplicità e quell’atmosfera tipicamente medioevali. Perdendosi per le vie del borgo si ha veramente l’impressione che il tempo qui si sia fermato!

IMG_3065

Girovagando per le vie, alzate di tanto in tanto lo sguardo!: noterete alcuni particolari sulle pareti degli edifici, come ad esempio la splendida trifora in stile “gotico-fiorito” veneziano del quattrocentesco Palazzo Radiussi, che testimonia i nuovi gusti architettonici importati dalla Repubblica di Venezia, oppure il rilievo raffigurante il patriarca di Aquileia Bertrando di Saint Geniés (posto su un edificio in via Patriarca Bertrando), colui che consacrò nel 1338 il Duomo di Sant’Andrea.

Ed è proprio il Duomo di Sant’Andrea il simbolo della rinascita di Venzone, dopo il disastroso terremoto del ’76 che lo rase completamente al suolo.

Duomo di Sant'Andrea, Venzone. Facciata principale

Fu costruito agli inizi del 1300 ad opera dell’architetto e scultore Maestro Giovanni Griglio (autore anche del Duomo di Gemona): girandoci attorno noterete che la parte più articolata è quella delle absidi poligonali, rinforzate da contrafforti e dotate di cuspidi piramidali che conferiscono quello slancio verso l’alto tipico dello stile gotico, che si riscontra anche nelle aperture delle finestre.

IMG_2987

Interessanti sono anche i particolari scultorei che decorano le lunette dei tre portali: la scena della Crocifissione decora la lunetta del portale principale occidentale, l’Incoronazione della Vergine è scolpita nella lunetta del portale meridionale, mentre il Cristo benedicente capeggia nella lunetta del portale settentrionale, che in questo caso è incorniciato da un avancorpo con tetto a spioventi.

Davanti all’ingresso principale del Duomo si erge una struttura circolare, dedicata a San Michele e San Giovanni Battista, che un tempo doveva servire esclusivamente da cappella-ossario, in funzione dell’adiacente cimitero del Duomo, mentre dal 1391 cioè da quando Venzone venne eretta a parrocchia, assunse le funzioni di battistero, indipendente da quello della pieve di Gemona. Nella cripta sottostante la cappella sono custodite le famosissime mummie scoperte nel 1647, che suscitarono l’interesse persino di Napoleone.

La volontà di ripristinare, dopo il terremoto, l’antico aspetto del borgo, ci fa capire l’amore e il rispetto che gli abitanti di questa terra hanno verso le proprie origini. Prima di lasciare il borgo, fermatevi sotto la loggia del Palazzo Comunale, dove è esposta, in sintesi e con l’ausilio di immagini significative, la storia pre e post terremoto. Qui potrete anche ammirare le coloratissime pettenelle del soffitto ligneo.

La magica notte di San Giovanni a Barcis

Nella Notte di San Giovanni a Barcis si respira un’aria diversa, il paese veste un abito raffinato ed elegante, un po’ come una bella ragazza che, per un’occasione speciale, sceglie di indossare un bel vestito, tacchi alti e qualche accessorio ricercato lasciando tutti a bocca aperta: un fascino nuovo la rende quasi irriconoscibile!

E così, al tramonto, il visitatore appena giunto a Barcis, viene accolto dalle campane che suonano a festa – preannunciando il Vespro che di lì a poco verrà cantato in chiesa – e dalle sette fontane ornate con candele accese e scope di saggina – le streghe si fermeranno a contare i fili e non riusciranno a giungere in tempo all’annuale convegno di Benevento – intorno alle quali, subito dopo la funzione religiosa, si esibiranno danzerini e cantori di tradizioni antiche. Da queste, inoltre, verrà raccolta l’acqua benefica di San Giovanni con la quale sarà possibile bagnarsi esprimendo un desiderio.

L’antico Palazzo Centi, un tempo location di matrimoni e occasioni importanti, nonché alloggio per turisti alla ricerca di una vacanza tranquilla, è divenuto ora il cuore pulsante di questa manifestazione per la quale riaccende le luci e per una notte torna a vivere la magia passata. Un gruppo di signore in costume barciano accoglie cordialmente il nutrito pubblico: da settimane sta lavorando con passione ed entusiasmo alla raccolta delle erbe, alla loro conservazione e cura e alla realizzazione dei “Mazzi di San Giovanni” – che verranno benedetti in chiesa durante la funzione religiosa – e dei sacchetti con le erbe di San Giovanni che, se esposti alla rugiada della notte, dicono, porteranno fortuna. Sarà vero? Forse basta crederci un po’…

La serata prosegue tra racconti e danze popolari, con qualche excursus sulle erbe, le loro proprietà, i segreti e gli aspetti magici che in esse sono racchiusi. A mezzanotte finalmente i fuochi d’artificio sul lago, il simbolico incontro tra acqua, terra e cielo, quel cielo che non perde occasione per bagnare di pioggia questa serata speciale. Chissà, forse anche questo è un messaggio simbolico tutto da scoprire e interpretare…

di Valy Tavan

http://www.barcis.fvg.it

Un museo all’aperto: la Dolina del XV Bersaglieri

Non molto lontano dal Sacrario di Redipuglia, si erge una collina che ebbe un ruolo cruciale durante la Grande Guerra. La zona fu teatro di aspre battaglie e contese territoriali già a partire dalla I battaglia dell’Isonzo. Con la terza battaglia dell’Isonzo (Ottobre 1915), il confine italiano venne spostato più a est e questa zona non si trovò più in prima linea. Ciò permise la costruzione di un ospedale militare, ancor oggi visitabile.

Il percorso per raggiungere la sommità del Monte Sei Busi non è  difficile. Il territorio, molto aspro per quanto riguarda la vegetazione, non presenta particolari difficoltà e anche la pendenza è alquanto ridotta. Ciò è abbastanza ovvio se si pensa che il suddetto monte misura solo 118 s.l.m.

Monte Sei Busi paesaggio  Monte Sei Busi

 

Molto presto, seguendo il percorso, ci si imbatte nelle prime trincee. Vederle nei film o immaginarle nelle descrizioni di saggi o romanzi è davvero molto diverso dall’imbattersi in queste opere di fortificazione. Sono cunicoli a volte davvero stretti, spogli e freddi. Si può solo immaginare la durezza della vita in questi alloggi. Anche in una bella giornata di sole, come quella in cui sono state scattate queste foto, la cima del Monte Sei Busi è spazzato spesso da un vento fastidioso. Come dev’essere stato nei piovosi autunni o nei gelidi inverni? Con la paura che, presenza costante, metteva alla prova anche gli animi più forti?

L’analisi storica di ogni vicenda non può lasciarsi andare a facili sentimentalismi e considerazioni troppo semplicistiche sulla tragedia rappresentata da un conflitto (qualunque esso sia). Ma prima che storici siamo esseri umani e il sentimento di compassione ed empatia di cui, si spera, siamo tutti capaci, ci avvicina tragicamente alle vicende umane di quei ragazzi, molti dei quali morti proprio su questa terra.

Scendendo dal monte, è poi possibile vistare la Dolina del XV Bersaglieri, una valle carsica compresa tra il Sacrario di Redipuglia e il Monte Sei Busi appunto.

Non lontano dalle trincee sono ancora visibili i resti dell’ospedale militare: una piccola struttura a tre stanze con un’unica sala operatoria. Questo complesso è molto degradato. Sono visibili però due epigrafi: una dedicata al XV Bersaglieri e una riportante i nomi dei medici che qui operarono.

Se volete passare una bella giornata in mezzo alla natura, per sgravarvi dalle vostre preoccupazioni e ricaricarvi, questo non è il posto che fa per voi.

Perché ve lo raccontiamo allora e, soprattutto, perché vi invitiamo caldamente a passare qualche ora del vostro tempo qui? Perché la memoria è sacra e in questi luoghi non si può venire per alleggerire la mente, al contrario: qui si deve venire per capire, vedere e sentire. Non per celebrare con pomposa retorica quei tragici fatti, ma, più semplicemente, per ricordare quei ragazzi, indipendentemente dalla loro divisa.

Se la gita vi ha lasciato la curiosità e volete approfondire la storia di quel periodo in questi luoghi, sappiate che c’è una scelta molto vasta di titoli. Senza la pretesa di enumerare tutti i testi al riguardo o i più importanti, ma volendo comunque fornire qualche spunto di lettura, vi mettiamo a disposizione una piccola bibliografia che potete scaricare liberamente. Buona passeggiata e buona lettura!

L’eredità longobarda: dal castrum Artenia al castelletto Savorgnan

Ed anche i Longobardi si difendevano nei restanti villaggi fortificati che si trovavano nelle vicinanze, quelli di Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Gemona o anche Invillino, la cui posizione appariva totalmente inespugnabile.

(Paolo Diacono, Historia Longobardorum, Libro IV, cap. 37)

Così nel Libro IV dell’Historia Longobardorum (1146 d.C.), Paolo Diacono ci mostra le popolazioni Longobarde del Friuli fuggire dalla pianura e cercare protezione nei nuclei fortificati di fronte all’avanzata degli Avari.

castelletto Savorgnan

Siamo nel 610 d.C.. L’uomo forte di allora, il Duca Gisulfo II di Cividale, vicinissimo del Patriarca di Aquileia, cade difendendo i propri territori. Gli sopravvive la moglie, la duchessa Romilda, e gli otto figli.

Sfortunatissima lei: vittima degli eventi e giudicata dalla Storia. Sempre il Diacono la descrive mentre contempla il re Avaro Cacano saccheggiare i dominii del defunto marito:

Romilda, che guardava dall’alto delle mura, vedendolo nel fiore della giovinezza, lo desiderò – meretrice infame – e subito gli mandò a dire che, se lui la prendeva in matrimonio, gli avrebbe consegnato la città con tutta la gente che vi era dentro.

Cacano non aspetta altro. Entra in Cividale e, passata la prima notte di nozze, consegna Romilda alle sue truppe con l’ordine di farne ciò che desiderano, per essere poi impalata nell’accampamento Avaro:

Così di tale morte finì la funesta traditrice della patria, che aveva guardato più alle proprie voglie che alla salvezza dei cittadini e dei parenti.

È in questa vicenda, leggenda al limite di morale cristiana e transilvanica, che il paese di Artegna lascia una prima traccia nella nostra storiografia: un villaggio fortificato che, grazie alle sue mura , ma soprattutto alla sua posizione sulla pianura, ospita un insediamento abitato fortificato.

Oggi, alla cima del colle di San Martino, dove si erge l’odierno castello Savorgnan, si arriva in macchina o a piedi.

Che tale castello non risalga all’epoca di Gisulfo e Romilda, lo leggiamo dall’architettura: balconcini e portali rinascimentali, aperture e spazi altamente irregolari, torrette tardo medievali.

Il castrum di Artenia risale all’epoca romana imperiale: nei pressi del castello si è conservata una cisterna del V secolo, parte di un sistema edificato più complesso rimaneggiato nei secoli seguenti, di cui rimangono visibili terrazzamenti e resti di mura a corredo del castello feudale principale.

All’inizio del XII secolo Orezil de Artenea e Adilbrecht de Retin sono i primi membri del locale casato ricordati dalle fonti, che indicano nel castrum il fulcro di un’enclave carinziana. Fino al 1146 il territorio di Artegna è libero feudo dei Conti di Spannheim e solo in seguito il feudo viene venduto al patriarca Pellegrino di Povo che vi pone una famiglia di nobili fedeli al patriarcato e probabilmente vicini alla famiglia di Spannheim stessa.

In tutto ciò il castello superiore viene progressivamente abbandonato e la famiglia dei Signori di Artegna comincia a costruire attorno ad una precedente torre ubicata a sud-ovest della cinta la propria residenza. In questo modo, nel 1253, Guarnerio d’Artegna è ufficialmente riconosciuto dal Patriarca Gregorio da Montelongo.

In quell’epoca di continue turbolenze socio-politiche la fortuna dei signori di Artegna è altalenante: appena sette anni dopo, lo stesso patriarca Gregorio assedia ed espugna la rocca a causa della ribellione provocata da Guarnerio e affida il maniero principale a un proprio capitano. Sorgono pertanto a ridosso delle mura nuove strutture abitative destinate ai nobili d’Artegna.

Nuovi cambiamenti all’orizzonte: è il 1349 e Bertrando di Saint Geniés (il Beato Bertrando), per accentrare il potere e togliere indipendenza ai nobili friulani, annette la nobile gastaldia di Artegna al popolano capitanato di Gemona. Nell’arco di circa 40 anni, a causa dei feroci contrasti tra gli Artegna, gli Udinesi, i Gemonesi ed il Patriarca, i castelli vengono totalmente distrutti e solo parzialmente ricostruiti.

Gotofredo, ultimo signore d’Artegna, lascia il feudo ai cognati Federico e Giacomo Savorgnan che nel 1389 ne ebbero l’investitura ufficiale.

posizione castelletto Savorgnan

Siamo agli inizi del 1400, e le sorti della Patria del Friuli stanno mutando: il Patriarca Lodovico di Teck, ultimo a detenere il potere temporale sulla Patria, entra in contrasto con Venezia e Venezia ha bisogno di espandere la propria potenza.

I signori di Artegna hanno da tempo abbandonato il feudo mantenuto per circa tre secoli e si sono rifugiati nel pordenonese (proprio nel 1410 nasce a Pordenone quel Guarnerio di Artegna la cui collezione di libri sarà una delle più coerenti del Rinascimento, oggi Biblioteca Guarneriana di San Daniele).

Nel 1418, vinti i vicini Ungheresi, nel giro di un paio d’anni Venezia invade il Friuli. Il potere temporale del Patriarca scompare e la sua cattedra è in mano alla Serenissima, che ne fa il buono e il cattivo tempo. Artegna, controllata da Venezia, rimane territorio dei Savorgnan, famiglia filo veneziana. Un ramo cadetto dei Savorgnan, i della Bandiera, ottengono l’investitura del feudo ufficialmente nel 1448 e la conservano fino al 1675 per estinzione della linea maschile.

Oggi, gran parte dei materiali del mastio originale non sono più visibili: nel 1515-19 gli Arteniesi impiegheranno i grandi quantitativi di materiali da tempo radunati a quello scopo per riattare la cappella castellana di San Martino, rovinata dal terremoto del 1511.

In seguito, fino alla fine del 1800 il castello passa alla famiglia Modesti per via ereditaria ed in seguito alla Pieve di Artegna.

Agli inizi del 1900 viene acquistato dai conti Savorgnan di Osoppo che lo ricostruiscono nelle forme odierne, con molte difficoltà: terremoto del 1976 (che comportò la quasi intera demolizione del maniero), la costruzione del vicino cimitero (che ha sostituito parte delle antiche mura) e i vincoli posti in epoca più recente dalla sovrintendenza.

La famiglia l’ha concesso dal 1990 in comodato d’uso gratuito al comune fino al 2058. Raccoglie la storia della cittadina di Artegna, i reperti scavati durante le attività di recupero, mostre temporanee e un bel punto ristoro con vista panoramica.

sala espositivareperti Artegna

Dall’alto della chiesetta di San Martino, con sguardo simile a quello di Romilda dalle mura di Cividale, possiamo ammirare i luoghi in cui si snodava l’antica via Iulia Augusta lungo la pianura Friulana verso le prealpi Giulie: il centro abitato di Buja, l’insediamento industriale di Rivoli che fabbrica nuvole. Più a nord, i monti sono cupi ed incombenti e sembrano nascere dal nulla. Gemona, al nostro fianco, osserva un treno tagliare l’orizzonte verso Udine.

vista dal Castelletto

di Erik S.

Castello Savorgnan di Artegna

Via delle Chiese, 15
33011 – Artegna (UD)
http://www.castellodiartegna.it/

L’eremo sopravvissuto

Una volta attraversato il Ponte sul Tagliamento che da Dignano porta a Spilimbergo, dopo aver percorso una serie di curve costeggiate da alberi, fermatevi al primo spiazzo sulla sinistra. Attraversate la strada (un po’ pericolosa!) sul lato destro. Accanto a un vecchio edificio, verrete incuriositi da una piccola e inosservata chiesetta (purtroppo raramente accessibile) collocata in mezzo ad un verde prato, con alle spalle alti cipressi che paiono “proteggerla” e conferirle, con il loro valore simbolico, sacralità e vita eterna. Chiesetta di San Giovanni Battista, detta anche San Giovanni Eremita E possiamo proprio definire questa chiesetta “eterna” (sperando continui ad esserlo nei secoli avvenire), poiché nonostante le demolizioni del 1909, che coinvolsero anche l’antico ospizio romitorio un tempo annesso, ancora oggi sopravvive in alcune sue parti. Ciò che rimane sono l’arco trionfale e la piccola abside, decorati da meravigliosi e ben conservati affreschi trecenteschi, che sfoggiano tutto lo splendore e la vivacità dei colori tipici medioevali. Chiesetta di San Giovanni Battista, detta anche San Giovanni Eremita Nella lunetta superiore della parete di fondo, domina la figura di Cristo Pantocratore (imponente, seduto nell’atto di benedizione) rappresentato entro la “mandorla” e affiancato dai simboli dei quattro Evangelisti. Nel registro sottostante, ai lati della finestrella centrale, sono raffigurati gli episodi salienti della vita di Giovanni Battista, titolare della chiesetta-eremo (la chiesetta è conosciuta anche come San Giovanni Eremita): a sinistra il Battesimo di Cristo, a destra la Decollazione che lo rese martire. Affreschi absidali della chiesetta di San Giovanni Battista a Spilimbergo La parete laterale sinistra è decorata da una fila di santi, mentre quella di destra è affrescata con le scene della Danza di Salomè e del Banchetto di Erode, in cui spiccano le geometrie che impreziosiscono le vesti dei personaggi. Parete laterale sinistra con raffigurazione di santi            Parete laterale destra con le scene della Danza di Salomè e il Banchetto di Erode

Alzando lo sguardo verso l’alto, si osserva il cielo stellato che decora la volta a botte, al centro del quale capeggia, entro un clipeo, l’Agnello mistico. Agnello mistico che decora la volta a botte Il registro inferiore delle pareti dell’abside è decorato da un velario affrescato che circonda un altare lapideo, costituito da elementi di spoglio. La base su cui poggia l’altare reca un motto in latino, che di certo rispecchiava gli intenti caritatevoli della Confraternita che ivi risiedeva:

DIRIGE PEDES NOSTROS IN VIAM PACIS QUAE EX IUSTITIA CARITATEQUE ORITUR
(Ciò che nasce dalla giustizia e dalla carità, guida i nostri piedi sulla via della pace)

Iscrizione alla base dell'altare Un motto che vuole essere un messaggio per noi e per le generazioni future: un messaggio “eterno”!

Chiesetta di San Giovanni Battista
Via Udine – Spilimbergo
http://www.comune.spilimbergo.pn.it/

Acqua, aria, terra e storia: la Forra del Cellina

Ci sono luoghi capaci di racchiudere e custodire arte, musica e poesia pur non essendo musei, teatri o biblioteche. In questi luoghi servono solamente cuore, occhi e orecchie perché al resto ci pensa la natura: la vera protagonista della Riserva Naturale Forra del Cellina.

Ingresso Ponte Antoi

Scegliendo di partire dalla località Ponte Antoi (Barcis, Pn), ci si addentrerà in una delle tre gallerie scavate nella roccia, attraversata la quale si verrà colti di sorpresa dalla suggestione di un luogo quasi sospeso nel tempo. Il nostro sguardo verrà rapito dalle maestose pareti di roccia cretacica che ci affiancano a sinistra e dallo scorrere elegante e sinuoso del torrente Cellina a destra.

Torrente Cellina

I verdi delle fronde che si tuffano negli azzurri dello specchio d’acqua che a loro volta rimbalzano sui grigi delle rocce, compongono una tavolozza di colori equilibrata e raffinata, piacevolmente “disturbata”, in luglio e agosto, dal viola intenso della preziosa fioritura dei raponzoli di roccia.

Raponzolo di roccia

Passo dopo passo, percorrendo quella che fino al 1992 ha rappresentato l’unico collegamento carrozzabile tra l’alta Valcellina e i paesi della pianura, ci faremo incantare dal delicato suono delle chiome degli alberi che unendosi a quello delle acque, realizzerà per noi un autentico concerto di “musica naturale”.

Vecchia strada della Valcellina

Gli odori di questo luogo, che si sprigionano soprattutto poco dopo una pioggia primaverile, i colori, che rasserenano per la loro leggerezza e le vibrazioni emanate dalle carezze del vento si mescolano con la storia: solamente dal 1906 gli abitanti dei paesi di Erto, Casso, Cimolais, Claut, Barcis e Andreis hanno potuto raggiungere più agevolmente quelli di Montereale e Maniago, evitando così la sofferenza del valico a piedi, con le gerle cariche, del Passo Forcella Croce. Quella che a questa data viene realizzata è una strada che nasce come strada di servizio per la costruzione di una diga (“la vecchia diga”, a valle dell’attuale Bivio Molassa) – che sfruttando le acque del Cellina, avrebbe alimentato la nascente centrale di Malnisio – e che sarebbe diventata il collegamento viario tra Montereale Valcellina e Andreis. All’inizio degli anni ’20 – con varianti fino agli anni ’50 – si procedette poi con la realizzazione del tratto di collegamento tra il bivio Molassa e la località Ponte Antoi.
La sua dismissione e la conseguente riqualificazione e recupero, hanno consentito la riapertura del tratto (da Barcis ad Andreis) da percorrersi a piedi, in bicicletta o a bordo del trenino della Valcellina.

Galleria scavata nella roccia

E la canzone dell’acqua
è una cosa eterna.
È la linfa profonda
che fa maturare i campi.
È sangue di poeti
che lasciano smarrire
le loro anime neri sentieri
della natura

Federico Garcia Lorca

I colori della natura

Riserva Naturale Forra del Cellina
http://www.riservaforracellina.it/

Il Friuli di cent’anni fa: come la guerra ha sconvolto la regione

Il 24 maggio scorso, come tutti ben sanno, è stato celebrato un anniversario molto importante per l’Italia: sono infatti passati cent’anni esatti dall’entrata nella Prima guerra mondiale del nostro Paese.

Molte sono state le celebrazioni per commemorare gli oltre 600.000 caduti che, già dal 24 maggio 1915, sono periti in quel sanguinoso conflitto. Tra tutte le iniziative una è stata particolarmente interessante. Lo si potrebbe definire un aperitivo con la storia e si è svolto mercoledì scorso a Udine.

La location è stata la suggestiva enoteca Ars bibendi, in via Paolo Sarpi: un locale storico nel centro della Città che il gestore, Giulio, ha messo a disposizione degli organizzatori: Federico e Francesco.

In questo bel locale, i due amici di vecchia data ed entrambi appassionati di storia, hanno intrattenuto il pubblico attento del locale con quella che apparirebbe improprio definire una “lectio magistralis”. E non per l’ottima qualità dei contenuti o l’appropriatezza delle fonti citate, quanto piuttosto perchè è sembrata – per fortuna – più una chiacchierata e una riflessione tra amici che una “lezione” impartita dall’alto.

Il tema era molto caro a buona parte del pubblico: si è deciso infatti di tralasciare i grandi fatti storici, dando per scontato che, a grandi linee, tutti li conoscessimo. Ci si è piuttosto concentrati sulla reazione del Friuli all’entrata in guerra.

Aperitivo con la storia

La nostra terra è posta al confine (un confine che all’epoca era diverso da quello attuale) e aveva intense relazioni di scambio con Austria-Ungheria e Germania, specie per quanto concerneva i lavoratori: molti Friulani emigravano per alcuni mesi all’anno per lavorare oltre confine. Inevitabilmente lo scoppio delle ostilità rappresentò un problema non indifferente, sia per chi si trovava ancora all’estero ed ebbe non poche difficoltà a rientrare, sia per l’economia dell’intero Friuli, provata dall’improvvisa mancanza delle rimesse degli emigrati.

Le fonti considerate principalmente, come accennavo, sono state proprio i giornali dell’epoca, accessibili a tutti grazie al lavoro di digitalizzazione effettuato dalla Biblioteca civica Joppi. In particolare il Giornale di Udine e La Patria del Friuli.

A fine chiacchierata una piacevole sorpresa: un quiz! In palio, per i primi tre classificati, delle bottiglie di vino.

Terza classificata

Questa è la seconda serata organizzata da Federico e Francesco e si spera ce ne siano molte altre, sia riguardanti la I guerra mondiale che, magari, altri argomenti. Sarebbe sicuramente interessante.

L’obiettivo – centrato in pieno – è quello di ridiscutere di fatti storici che tutti abbiamo studiato, più o meno bene, e che hanno ancora una grande attinenza con la nostra società contemporanea, analizzandoli da punti di vista meno “manualistici”. Anche se i fatti sembrano così lontani nel tempo, è impossibile, dopo un’attenta analisi, non rinvenire somiglianze di fondo con la politica e i fatti di attualità di oggi.Fortunatamente l’Italia non è in procinto di entrare in guerra e c’è da sperare che il tempo non trascorra invano: il passato ci insegna moltissimo ed è forse riscoprendolo in maniera critica che è possibile comprendere meglio il presente e, nello specifico, la nostra realtà territoriale.

Quindi ancora complimenti agli organizzatori, attendiamo con interesse i prossimi aperitivi storici!